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Editoriale |
Si racconta che in un esorcismo, ad una domanda del
sacerdote, il demonio abbia risposto per bocca dell’ossesso, che le cose
che gli impedivano di conquistare il mondo e assoggettarlo erano
principalmente “tre punti bianchi: il pane bianco, la donna bianca e l’uomo
bianco”. E perciò qualche altra fonte aggiunge che nei programmi della
Massoneria, nemica della Chiesa di Cristo, ci sia la lotta accanita e
perenne proprio a questi tre punti bianchi. Al sacerdote esorcista e,
certamente, anche a tutti noi non fa difficoltà a capire di cosa si
tratti: il Pane bianco è l’Eucaristia, la Donna bianca è la Madonna e
l’Uomo bianco è il Papa. In effetti queste tre Persone costituiscono il
fondamento imprescindibile della natura della Chiesa Una, Santa,
Cattolica, Apostolica. L’autenticità della Fede cattolica di ogni
fedele deve confrontarsi in modo particolare con queste realtà,
verificandone il grado di adesione. In certi periodi storici della Chiesa,
alcuni suoi membri hanno un po’ offuscato, se non addirittura negato o
sconvolto il senso di queste tre realtà divine. Senza scandagliare i
duemila anni di storia della Chiesa, basta affacciarsi al secolo scorso
per rendersi conto di come, più o meno coscientemente, l’Eucaristia, la
devozione alla Madonna e il Papa siano stati bersaglio di teorie eretiche
e manovre denigratorie. Sembra però che il peggio sia passato e che oggi
i “tre punti bianchi” siano chiaramente e giustamente posti in rilievo
presentandoli come le tre grandi colonne della Fede dei credenti in
Cristo. Una analoga simbologia la troviamo nella vita di San Giovanni
Bosco. Uno dei sogni di Don Bosco più famoso ed anche più misterioso è
certamente quello che si riferisce alla nave col suo bianco condottiero
posto sulla prua, il quale, tra l’infuriare della battaglia contro altre
imbarcazioni che tentano di abbatterla, riesce a portare la nave in salvo
attraccandola a due poderose colonne sulle quali si scorgevano la Donna
vestita di bianco, l’Auxilium Christianorum, e l’Ostia Bianca, cioè l’Eucaristia.
Lo stesso don Bosco aveva dato ai ragazzi questa spiegazione del sogno,
riconoscendo nella grande nave la Chiesa, la quale riusciva a riportare
vittoria nella furiosa battaglia, grazie all’autorità del Papa,
figurato nel condottiero della nave, che legava la Chiesa a due salde
fondamenta: la devozione alla Madonna e all’Eucaristia. Quest’anno in
modo del tutto particolare e provvidenziale il Pane bianco, la Donna
bianca e l’Uomo bianco sono posti in risalto concordemente, forse, più
che in altri momenti della Chiesa. Infatti, quest’anno la Chiesa intera
si unisce al Santo Padre Giovanni Paolo II per festeggiare i suoi 25 anni
di Pontificato. Inoltre, proprio per solennizzare questo evento, il Papa
ha indetto l’Anno mariano del Rosario (ottobre 2002-ottobre 2003) e ha
anche pubblicato nel mese di aprile scorso la sua 14ª Enciclica
dedicandola all’Eucaristia (Ecclesia de Eucharistia). Dal 16 ottobre
1978 Karol Wojtyla, col nome di Giovanni Paolo II, guida la Barca di
Pietro, che è la Chiesa, in questo tempo così burrascoso sia a livello
politico-sociale internazionale e sia a livello ecclesiale. Egli ha saputo
traghettare la Chiesa nel Terzo Millennio cristiano, non senza un forte
impegno e con sacrificio. A nessuno sfugge quanto è accaduto il 13 maggio
1981, quando sotto i colpi di pistola il Papa si accasciò sanguinante ed
agonizzante. Fu la mano materna di Maria Santissima, che in quel giorno si
ricordava nella sua prima apparizione a Fatima, a sorreggere
miracolosamente il Papa, ridonandogli la vita, come il Papa stesso
successivamente testimoniò. Qualcuno ha interpretato il sogno di Don
Bosco riferendo proprio a Giovanni Paolo II e a quel 13 maggio 1981 quella
misteriosa narrazione del capitano della nave che muore e poi si rialza,
riprendendo con vigore la guida della Nave. Il Santo Padre, Giovanni Paolo
II, intrepido condottiero della Chiesa di Cristo, nonostante le infermità
e l’età, continua imperterrito nella sua missione di Apostolo del
Vangelo e Pellegrino di pace e di solidarietà tra le nazioni. Il mondo
intero lo stima come l’Amico di tutti i Popoli e in tal senso gli
riconosce di essere in qualche modo la “coscienza” dell’attuale
umanità. Dal 16 ottobre 2002, Giovanni Paolo II ha indetto l’Anno del
Rosario, ponendo ancora una volta la Vergine Maria al centro del cammino
della Chiesa verso Cristo. L’Anno del Rosario vuole quindi richiamare
concretamente tutti i fedeli alla preghiera di contemplazione dei misteri
di Cristo con lo sguardo di Maria. Il Rosario, lo sappiamo, è l’arma
segreta di ogni vittoria della Chiesa per vincere le seduzioni del mondo
moderno, la scristianizzazione imperante, le immoralità, le divisioni e i
contrasti, la mediocrità e ogni altro errore che ha tentato o tenta di
oscurare la verità di Cristo Gesù e della sua Madre Maria. Su invito e l’esempio
del Papa, la Chiesa pone il Rosario come la preghiera della comunità
cristiana mediante la quale si libera dagli affanni terreni e si innalza
nella contemplazione delle cose celesti a cui è destinata. S Giunta quasi
a sorpresa, l’Enciclica Ecclesia de Eucharistia è davvero un dono
prezioso per tutti i credenti ed un capolavoro di riflessione teologica,
che invita a fissare lo sguardo su Gesù Eucaristico, “fonte e culmine”
(LG, 11) della vita della Chiesa e vero e proprio tesoro, in cui “è
racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa” (PO, 5). Verrebbe quasi
da dire al Papa come il maestro di tavola allo sposo nelle nozze di Cana:
“Hai conservato alla fine il vino buono” (Gv 2, 10). Nel documento
pontificio viene riaffermata la dottrina perenne sull’Eucaristia nel suo
rapporto con la Chiesa, additando con forza la sua centralità: “Di essa
la Chiesa vive. Di questo ‘pane vivo’ si nutre” (EDE, 7) auspicando
di ridestarne lo ‘stupore’ e, di conseguenza, “la premurosa
attenzione” (EDE, 9). Adesso siamo in attesa dell’importante documento
con norme liturgiche e con richiami anche di carattere giuridico che il
Papa ha preannunciato al n. 52 della stessa Enciclica sull’Eucaristia.
Senza effimeri euforismi, ma con fondato ottimismo cristiano ci viene da
chiedere se sia giunto finalmente il tempo del trionfo del Cuore
Immacolato di Maria, il tempo in cui sia passata l’angoscia di vedere il
Primato petrino del Papa negato o comunque messo in discussione,
dottrinalmente e praticamente; il tempo in cui finalmente nella vita dei
cristiani la Madonna prenda posto accanto al Figlio, senza quei tabù
mariologici, che temono che Maria Santissima possa oscurare Gesù Cristo e
la Sua opera di salvezza; il tempo in cui l’Eucaristia sia creduta da
tutti i fedeli come presenza di Gesù Cristo in Corpo, Sangue, Anima e
Divinità, e per questo adorato e onorato degnamente, e non più riposto
in misere e decentrate cappelle, o celebrata con Messe strapazzate e
sacrilegate variamente. E’ forse giunto il tempo in cui la Chiesa
Cattolica, senza sincretismi e falsi ecumenismi, può ostentare ciò che
la rende ad evidenza l’unica Chiesa di Cristo: il Pane Bianco, ossia la
Santissima Eucaristia, Gesù Cristo stesso; la Donna Bianca, ossia Maria
Santissima, Madre di Cristo Uomo Dio; l’Uomo Bianco, ossia il Papa,
Vicario di Cristo, oggi Giovanni Paolo II. Solo questa Chiesa potrà
condurre i fedeli cristiani e tutti gli uomini di buona volontà alla pace
e giustizia terrena e, soprattutto, alla salvezza eterna.
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Contemplare
con Maria il
«volto
eucaristico» di Cristo
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«La
Chiesa vive dell’Eucaristia ». Queste le parole che danno inizio all’insegnamento
magisteriale di Giovanni Paolo II nella sua 14a Enciclica volta a
lumeggiare i rapporti tra la Chiesa e l’Eucaristia. In primo piano vi è
il sacramento dell’Eucaristia, «fonte e culmine della vita cristiana»
(Lumen gentium, n. 11), «Sacramento dei sacramenti» (s. Tommaso d’Aquino),
dal quale trae origine la vita ecclesiale: «l’Eucaristia fa la Chiesa»
e verso cui tende ogni dinamis m o spir i - tuale come a suo proprio fine:
«Io sono il pane della vita» (Gv 6,48). Piccolo segno ma grande realtà
Una nuova enciclica - la prima del nuovo millennio -, che vuole suscitare
lo stupore di ogni cristiano, il quale, nell’era delle tecnologie più
avanzate, delle conquiste scientifiche sempre più accattivanti, si lascia
sedurre dalla meraviglia di ciò che a prima vista può sembrare
insignificante: un pezzo di pane che è tutto il mio Dio. Quasi a modo di
trittico - prendendo in prestito quanto il Card. Ratzinger diceva nell’illustrare
i 25 anni di Magistero di Giovanni Paolo II, raggruppando le sue
encicliche di tre in tre -, l’Ecclesia de Eucharistia (=EDE), si pone
come compimento eucaristico di quanto il Papa aveva tratteggiato nelle due
Lettere Apostoliche precedenti, la Novo millennio ineunte (=NMI), che
raccoglie l’eredità giubilare e la Rosarium Virginis Mariae (=RVM),
coronamento mariano della Chiesa. Se il cristianesimo del nuovo millennio
dovrà «distinguersi nell’arte della preghiera» (NMI, n. 32),
contemplando il volto radioso di Cristo dovunque esso appaia, sarà
necessario porsi alla scuola di Maria. «Non si tratta solo di imparare le
cose che egli ha insegnato, ma di “imparare lui”. Ma quale maestra in
questo più esperta di Maria?» (RVM, n. 14). Con lei, col suo Rosario,
che altro non è che «contemplare con Maria il volto di Cristo» (RVM, n.
3), impareremo a scoprire il Maestro, impareremo a fissare il suo volto
che «le appartiene a titolo speciale» (RVM, n. 10) e che rifulge di uno
splendore celestiale nel sacramento del Corpo e Sangue del Signore. “Venite,
prendete…” adoriamo! «La Chiesa vive del Cristo eucaristico, da Lui
è nutrita, da Lui è illuminata» (EDE, n. 6). E, quasi come grido che fa
eco a quell’anelito originario che sussurrò nel lontano 1978: «Aprite,
anzi spalancate le porte a Cristo!», il Pontefice rincalza, dando
espressione alla finalità del documento: «Non posso lasciar passare
questo Giovedì Santo 2003 senza sostare davanti al “volto eucaristico”
di Cristo, additando con nuova forza alla Chiesa la centralità dell’Eucaristia.
[...] Come non sentire il bisogno di esortare tutti a farne sempre
rinnovata esperienza?» (EDE, n. 7). Raccogliendo i numerosi contributi
dell’«ecclesiologia eucaristica» sviluppatasi soprattutto nel secolo
XX e contenuta quasi a modo di sintesi nella fortunata sentenza di Henry
De Lubac: «La Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa»,
il nuovo documento articolato in sei capitoli, arieggia la fede della
Chiesa nel suo Sposo eucaristico. Possiamo tentare di individuare il nodo
centrale intorno al quale ruota il complesso dottrinale dell’Ecclesia de
Eucharistia, proprio nel mysterium paschale (mistero pasquale) che è ad
un tempo all’origine della Chiesa ed è ripresentato come memoriale nell’Eucaristia.
«Dal mistero pasquale nasce la Chiesa. Proprio per questo l’Eucaristia,
che del mistero pasquale è il sacramento per eccellenza, si pone al
centro della vita ecclesiale» (EDE, n. 3). Vi è un legame interno tra il
mysterium paschale e il mysterium eucharisticum. Nei giorni in cui si
compiva quello vi si inscriveva questo perché ne fosse il prolungamento
lungo i secoli. «Nella notte in cui veniva tradito... » (1 Cor 11,23),
quella notte del Giovedì santo, il Signore istituiva il Sacramento dell’Eucaristia
e anticipava in modo sacramentale quanto stava per compiersi di lì a
poco: la sua passione dolorosa con l’effusione del sangue, già
consacrato perché diventasse «bevanda di salvezza», la morte cruenta
sul legno della Croce, supremo atto del Sacrificio sigillato nel gesto
eucaristico, infine la sua risurrezione gloriosa di cui il sacramento del
suo Corpo e Sangue n’è annuncio e caparra. Ogni momento del Triduum
sacrum (sacro Triduo) è iscritto nell’Eucaristia. I Tre Giorni in cui
culmina la Redenzione del Signore sono ripresentati nel Sacramento, non
come evento del passato ma come un’oggi sempre identico che mi dona la
salvezza, quella salvezza che Cristo ha conquistato una volta per sempre.
Valore sacrificale della Messa L’Enciclica apre sottolineando il valore
sacrificale
dell’Eucaristia. Il sacrificio della Croce e il sacrificio eucaristico
sono il medesimo sacrificio. Ogni celebrazione eucaristica non aggiunge
qualcosa al sacrificio della Croce o lo moltiplica, soltanto lo
ri-presenta, lo attualizza in quell’oggi in cui il cuore dell’uomo si
apre alla salvezza. «La Messa - dice il Papa - rende presente il
sacrificio della Croce, non vi si aggiunge né lo moltiplica. Quello che
si ripete è la celebrazione memoriale, “l’ostensione memoriale” (memorialis
demonstratio) di esso, per cui l’unico e definitivo sacrificio redentore
di Cristo si rende sempre attuale nel tempo» (EDE, n. 12). In un tempo in
cui la parola sacrificio suscita alquanto imbarazzo per non dire
ripugnanza, da molte aree teologiche arrivavano venti con lo scopo di
sminuire o diluire il valore sacrificale 5 mento dell’amore di Dio che
porta «a perfezione la comunione con Dio Padre mediante l’identificazione
col Figlio Unigenito per opera dello Spirito Santo» (EDE, n. 34). La
Chiesa, mistero di comunione con l’Unitrino Signore e mistero di
comunione tra gli uomini, ha nel sacramento dell’Eucaristia il segno che
esprime tanto la comunione invisibile con Dio, quanto quella visibile tra
i fratelli, nella dottrina degli apostoli, nei Sacramenti e nell’ordine
gerarchico. Siamo un solo corpo noi che ci nutriamo di un solo pane. Siamo
un solo corpo perché alimentati dall’unica linfa che è la «grazia».
Pertanto, sarebbe una grave offesa alla comunione nella Chiesa
(primariamente nella dimensione invisibile e di conseguenza in quella
visibile) ammettere alla comunione eucaristica quanti «ostinatamente
perseverano in peccato grave manifesto» (can. 915, citato in EDE, n. 37),
vedi per esempio i divorziati risposati o i conviventi: significherebbe
tradire il significato stesso di comunione! Rispetto e onore Un ampio
spazio è dedicato dal Santo Padre a puntualizzare l’importanza del
«decoro della celebrazione eucaristica». «Il convito eucaristico è
davvero un convito “sacro”, in cui la semplicità dei segni nasconde l’abisso
della santità di Dio» (EDE, n. 48). Gesti semplici dell’Eucaristia,
per attestarsi sul mero significato di «banchetto» o «cena». Non
avrebbe senso parlare di banchetto eucaristico se non in quanto che, nel
contesto conviviale, si realizza una partecipazione al sacrificio
redentore di Cristo. Non mi nutro di un semplice pane ma di Colui che è
stato sacrificato per me. Da questo valore sacrificale, «sacrificio in
senso proprio, e non solo in senso generico come se si trattasse del
semplice offrirsi di Cristo quale cibo spirituale ai fedeli» (EDE, n.
13), si delineano gli altri aspetti del mistero eucaristico. Celebrando il
mistero della nostra salvezza noi annunciamo anche la Risurrezione del
Signore. Cristo che era stato immolato ora è vivo, è risorto e perciò
mi dice: «Io sono il pane della vita» (Gv. 6,35.48). L’Eucaristia è
mysterium fidei perché in quei poveri elementi che appaiono, si nasconde
il Signore. Dalla celebrazione memoriale del sacrificio della Croce, ne
scaturisce la presenza di Cristo nelle specie consacrate. Una presenza
reale, sostanziale, in cui l’Uomo-Dio tutto intero si fa presente.
Infine, «l’efficacia salvifica del sacrificio si realizza in pienezza
quando ci si comunica ricevendo il corpo e il sangue del Signore» (EDE,
n. 16). Qui il mistero raggiunge ogni uomo. Se ci si accosta al Signore
«non col bacio di Giuda ma con l’amore e il pentimento del buon
Ladrone» l’Eucaristia diventa «banchetto nuziale», il quale, mentre
ci fa gustare il «pane degli angeli», ci proietta verso quella vita
nuova, la vita del Risorto, che già ora sperimentiamo pregustandola. In
memoria di Cristo «Ave, verum corpus natum de Maria virgine!» Il corpus
verum del Signore è all’origine della Chiesa, ed esercita su di essa un
influsso causale. Gli Apostoli che sono al contempo «il seme del nuovo
Israele e l’origine della sacra gerarchia» (Ad gentes, n. 5) hanno
ricevuto dal Signore il comando
di perpetuare quel gesto in memoria di Lui: «Fate questo in memoria di
me» (Lc 22,19, cfr. 1 Cor 11,24-25), sin dall’inizio sono entrati in
comunione sacramentale con Lui, e hanno dato vita al Popolo della nuova
Alleanza, stipulata nel sangue dell’Agnello. Intimamente collegato al
secondo, è il terzo capitolo: «L’Apostolicità dell’Eucaristia e
della Chiesa». Se l’Eucaristia è all’origine della Chiesa in quanto
consegnata agli Apostoli, seme del Nuovo Popolo, ne segue che la vera
Eucaristia, quella che Cristo ha lasciato ai suoi, si distingue proprio
per il carattere apostolico. Perché ci sia valida celebrazione
eucaristica è indispensabile che sia il sacerdote ordinato a celebrarla e
che il suo Sacerdozio, in virtù del Vescovo ordinante, sia nella linea
della successione episcopale ininterrotta che risale agli Apostoli.
Eucaristia rimanda al Sacerdozio, a colui cioè che in persona Christi
capitis, offre il santo sacrificio. Dove mancasse il sacerdote mancherebbe
anche la verità del sacrificio. Sacramento di amore e di comunione L’Eucaristia
è ancora il sacra- Missio Mariae_n 29_estate_2003 6 ma pregni di gravità
come traspare dal racconto dell’Ultima Cena. Siamo dinanzi ad un Sacrum
convivium, mangiamo il «pane degli angeli » che «non può essere
gettato ai cani», imploriamo il Signore: «Domine non suum dignus...».
Sembrava, invece, secondo un certo sentore post-conciliare, quasi che la
liturgia fosse diventata una proprietà privata del celebrante, in cui si
poteva decidere secondo il momento o le circostanze e più era ricca
quanto più diventava bizzarra! L’Ecclesia de Eucharistia, affermando
quanto il Concilio non ha mai inteso dire o far intendere, colloca la
fedeltà alla Liturgia della Chiesa, come fedeltà alla stessa Chiesa (cfr.
EDE, n. 52). Maria SS.ma, primo “Tabernacolo eucaristico” E così, in
modo davvero sorprendente, l’ultimo capitolo dell’enciclica è
intermente dedicato alla Beata Vergine Maria, «donna “eucaristica”
con l’intera sua vita» (EDE, n. 53) che, per il fatto che «ha
esercitato la sua fede eucaristica prima ancora che l’Eucaristia fosse
istituita» (EDE, n. 55), offrendo il suo grembo verginale per l’incarnazione
del Verbo di Dio, può guidare ciascuno e la Chiesa intera, verso quella
fede genuina nell’augustissimo Sacramento. È lei il “tabernacolo”
dell’Altissimo, «il primo “tabernacolo” della storia » (EDE, n.
55), che dopo aver concepito il Figlio, lo porge all’adorazione di
Elisabetta, e fa sua la dimensione sacrificale dell’Eucaristia, dall’inizio
dell’incarnazione fino a quando l’offerta del Figlio culmina nel
supremo atto redentivo. Lei vive «una sorta di “Eucaristia anticipata”...
di desiderio e di offerta» (EDE, n. 56). Il mistico Gersone verso la fine
del 1427, commentando il Magnificat esclamava: «Tu mater es Eucharistiae».
I rapporti tra Maria e l’Eucaristia sono davvero inenarrabili. Maria è
la madre del Verbo incarnato che prolunga la sua realtà teandrica
(Dio-Uomo) nel mistero eucaristico. Maria si colloca con il suo Fiat all’origine
dell’incarnazione e di conseguenza all’origine dell’Eucaristia.
Perciò, alle parole di Cristo: «Fate questo in memoria di me» (Lc
22,19), echeggeranno nell’anima di ogni fedele che devotamente si
accosta all’Eucaristia, quelle parole che il Figlio pronunciò nel
momento solenne del compiersi del suo sacrificio: «Ecco tua madre» (Gv
19,25). Sì, ecco la tua madre. Ecco colei che sola come maestra potrà
guidarti alla contemplazione del volto eucaristico di Cristo che rifulge
nella Chiesa. Con Lei risponderemo con acclamazione corale all’Enciclica
di Giovanni Paolo II: «La Chiesa ama l’Eucaristia!»
P.
Serafino M. Lanzetta, FI.
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750°
Anniersario
della morte di S.
Chiara
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Quest’anno
ricorre il 750° anniversario della morte di Santa Chiara di Assisi; l’evento
viene celebrato dal 13 aprile 2003 all’11 agosto 2004. E’ stata
stabilita la data del 13 aprile, giorno della domenica delle Palme, in
ricordo di quella lontana notte della domenica delle Palme del 1211,
quando Chiara decise di seguire Cristo per sempre. E’ il giorno dell’”ora”
del Signore, l’ora in cui Egli donò la sua vita per noi, consegnandosi
volontariamente nelle mani dei carnefici. Con pari amore e ansia, Chiara
corre a Santa Maria degli Angeli, dove San Francesco e i suoi frati l’aspettano
e nella Porziuncola si lascia tagliare i capelli “in tondo” - “si
fece condire li capelli da santo Francesco” (FF 3133) - e prende il saio
a forma di croce: “le insegne della santa penitenza davanti all’altare
di Santa Maria e, quasi davanti al talamo nuziale della Vergine l’umile
ancella si fu sposata a Cristo” (FF 3133). Lì si dona tutta e per
sempre a Cristo “povero e crocifisso” nella cui contemplazione
spenderà la sua vita e in cui si specchierà per ritrovare se stessa.
Santa Chiara sceglie di vivere nascosta nel chiostro-grembo di Maria,
nella sempre più completa assimilazione a Lei, riproducendo nella sua
vita, in perfetta sinergia con Maria, le gioie e le agonie del Suo Cuore
Immacolato, continuando il Suo ufficio di vittima riparatrice. Con gli
occhi di Maria contempla Gesù Bambino, Gesù Crocifisso e Gesù
Eucaristia e giunge al termine della vita completamente transustanziata in
Maria, la perfetta cristificata, Colei che ha “la faccia che a Cristo
più s’assomiglia”, come dice l’Alighieri (Par. 32, 85-6). Nella III
lettera a Santa Agnese da Praga, Santa Chiara dimostra di essere entrata
pienamente nella vita di Cristo in Maria. Dopo aver invitato la Santa
Agnese a salire sulla vetta incomparabile che si raggiunge soltanto
perdendo se stessa in Cristo, per diventare Cristo stesso: “colloca il
tuo cuore in Colui che è figura della divina sostanza e trasformati
interamente, per mezzo della contemplazione, nell’immagine della
divinità di Lui” (FF 2888), le suggerisce il mezzo per arrivare a
questo: appartenere totalmente a Maria, come Gesù stesso, nel grembo
verginale dell’Immacolata, apparteneva tutto alla Madre. “Orbene, se
noi sappiamo che Gesù è stato fatto, allevato, educato e formato da
Maria SS.ma, possiamo anche dire che Egli sia cresciuto “marianizzandosi”
o che la “marianizzazione” sia stata la sua
“cristificazione”, si sia sviluppata fino alla statura piena tramite
la “marianizzazione” e con la “marianizzazione”. Certamente
nessuno mai sulla terra si è potuto così “marianizzare” come Gesù”
(“Tutto dell’Immacolata” di P. Stefano M. Manelli). “Stringiti
alla sua dolcissima Madre, la quale generò un Figlio tale che i cieli non
potevano contenere, eppure ella lo raccolse nel piccolo chiostro del suo
santo seno e lo portò nel suo grembo verginale” (FF 2890). L’espressione
“il chiostro del suo santo seno” ci chiarisce che ella vive a San
Damiano, nel “chiostro”, ossia nel “grembo” di Maria,
completamente donata a Lei, lasciando che sia Lei a formarla e a
generarla. Così “il suo grembo di vergine consacrata e di ‘vergine
poverella’ attaccata a ‘Cristo povero’ (FF 2878) diviene, per via di
contemplazione e di trasformazione, una culla del Figlio di Dio”
(lettera del Santo Padre alle claustrali clarisse scritta in occasione
dell’VIII centenario della nascita di Santa Chiara). Nella Porziuncola
di Santa Maria degli Angeli, Santa Chiara, attraverso la sua
consacrazione, divenne nell’Immacolata e attraverso l’Immacolata, “sorella,
sposa e madre del Figlio dell’Altissimo Padre e della gloriosa Vergine”
(FF 2866), divenendo “impronta della Madre di Dio” (FF 3153), “Matris
Christi vestigium” (FF 3153, nota 4). Santa Chiara sottolinea l’umiltà
e la povertà come virtù che assimilano completamente alla Santa Vergine
Maria, permettendo di portare spiritualmente il Figlio di Dio nel corpo
casto e verginale (cfr. FF 2893). L’attualità della nostra Santa Madre
è davvero sorprendente: più di 750 anni fa lei già viveva praticamente
e integralmente la marianità, così come oggi è contenuta nella
spiritualità delle Clarisse dell’Immacolata. Di quanti secoli ci ha
precedute! Il cammino di santità della Serafica Madre è talmente attuale
da far dire al Santo Padre Giovanni Paolo II: “Nella nostra epoca è
necessario ripetere la scoperta di Santa Chiara, perché è importante per
la vita della Chiesa… E’ necessaria la riscoperta di quel carisma, di
quella vocazione, ci vuole la riscoperta della legenda divina di Francesco
e di Chiara” (cfr. L’Osservatore Romano, 14-3- 82: Giovanni Paolo II
Assisi, Protomonastero). Si tratta di vivere il Vangelo come l’ha
vissuto Maria, partecipando attivamente ai misteri del Verbo
incarnato-crocifisso- risorto, nella totale appartenenza a Lui. Vale la
pena approfondire questo discorso, e l’occasione che offre il Centenario
clariano è propizia per tutti coloro che fanno parte della famiglia
francescana e vogliono riscoprire la fragranza del Vangelo vissuto sull’esempio
della Madre Immacolata. “La celebrazione di una simile creatura davvero
evangelica vuole essere soprattutto un invito alla riscoperta della
contemplazione… Leggere la sua antica biografia e i suoi scritti…
significa immergersi talmente nel mistero di Dio Uno e Trino e di Cristo,
Verbo incarnato, da restarne come abbagliati” (Lettera del Santo Padre
alle claustrali clarisse scritta in occasione dell’VIII centenario della
nascita di Santa Chiara).
Una
Clarissa dell’Immacolata
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A
servizio dell’Immacolata
nelle scienze
cattoliche
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Il
Seminario Teologico “Immacolata Mediatrice” ha appena compiuto il suo
quinto anno di attività. Da quando sono cominciati i corsi regolari del
ciclo istituzionale, nell’anno accademico 1998-1999, si sono formati,
nelle aule dello STIM, alcune decine di novelli sacerdoti. Molti di questi
sono già all’opera nelle nostre missioni, altri in Italia, altri stanno
concludendo la loro specializzazione nelle Università Pontificie Romane.
Il prossimo anno gli studenti saranno circa 40. Il gruppo di docenti è
costituito da frati e suore licenziati e laureati nelle varie facoltà
pontificie e università statali: 1. P. Stefano M. Manelli: dottore in
Sacra Teologia alla Pontifica Facoltà San Bonaventura, Roma. Ministro
Generale dei Francescani dell’Immacolata e Rettore dello STIM; 2. P.
Gabriele M. Pellettieri: licenza in Sacra Teologia alla Pontificia
Facoltà. Vicario Generale dei Francescani dell’Immacolata; 3. P. Pier
Damiano Fehlner: dottore in Sacra Teologia alla Pontificia Facoltà San
Bonaventura, Roma, Decano dei teologi dei Francescani dell’Immacolata;
4. P. Alessandro M. Apollonio: dottore in Filosofia alla P. U. Santa Croce
di Roma e in Sacra Teologia alla Pontificia Facoltà Marianum, Roma.
Preside dello STIM; 5. P. Settimio M. Manelli: dottore in Teologia Biblica
alla P. U. Urbaniana di Roma; 6. P. Paolo M. Siano: Dottore in Storia
Ecclesiastica alla P. U. Gregoriana, Roma; 7. P. Giovanni M. Severini:
licenza in Filosofia alla P. U. Santa Croce di Roma, e in Missiologia alla
P. U. Urbaniana di Roma; 8. P. Massimiliano M. Zangheratti: licenza in
Teologia morale alla Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale,
sezione San Luigi di Napoli; 9. P. Berardo M. Moso: licenza in Diritto
Canonico alla P.U. Santa Croce di Roma; 10. P. Rosario M. Sammarco:
licenza in Sacra Teologia alla P. U. Santa Croce di Roma; 11. Madre M.
Francesca Perillo: laurea in Scienze bancarie all’Università di Siena e
in Sacra Teologia all’Università Cattolica di Beato Giovanni Duns Scoto
Lugano (Svizzera). Madre Generale delle Suore Francescane dell’Immacolata;
12. Madre M. Pia D’Anselmo: laurea in Psicologia all’Università di
Padova; 13. Madre M. Michela Cozzolino: laurea in Pedagogia all’Università
di Napoli; 14. Madre M. Massimiliana Prassino: laurea in Giurisprudenza e
Diritto Canonico alla P. U. Santa Croce, Roma; 15. Sr Cecilia M. Manelli:
diplomata in pianoforte, organo e composizione principale. I Patroni
particolari dello STIM sono due dottori francescani: san Bonaventura da
Bagnoregio (1274) ed il beato Giovanni Duns Scoto (1308). In modo
particolare, del beato Giovanni Duns Scoto è curato lo studio del
pensiero filosofico e teologico, perché egli è, per eccellenza, il
Dottore dell’Immacolata, dunque autentico Francescano dell’Immacolata
ante litteram. Il rigore logico del suo pensiero, unito allo slancio
amoroso verso Dio e la sua immacolata Madre, hanno fatto di lui un teologo
prodigioso per la qualità e quantità dei suoi scritti. L’Immacolata
gli donò un acume intellettuale originale, penetrante e integralmente
cattolico, con il quale egli ha indagato il mistero di Dio, ed ha proposto
una mirabile sintesi tra il platonismo agostiniano e l’aristotelismo
tomista. La sua attualità è stata affermata da Paolo VI nella lettera
apostolica Alma Parens e, più recentemente, da Giovanni Paolo II, nella
lettera al Ministro Generale dei Frati Minori (16 febbraio 2002). La
riscoperta del pensiero del beato Giovanni Duns Scoto giova grandemente
alla filosofia cristiana e alla teologia cattolica; colpite dall’erosione
critica del pensiero debole, necessitano entrambe di un vigoroso antidoto,
qual è la filosofia e la teologia del Dottor Sottile. Lo STIM produce una
rivista specializzata di mariologia, quadrimestrale, dal titolo Immaculata
Mediatrix. Vi scrivono i professori interni, ma vi sono anche contributi
di teologi esterni, italiani ed esteri. Alcun articoli hanno suscitato,
all’interno dell’ambiente mariologi- co accademico, un certo
dibattito, che possiamo considerare salutare. Infatti, quando mancasse
tale sano pluralismo nel campo delle opinioni teologiche, a motivo di un’eccessiva
predominanza di una “scuola” sulle altre, comincia il pericolo di un
malsano monopolio accademico, che tende a sostituire l’autorità del
Magistero, con conseguente atrofia della speculazione intellettuale, cui
fanno seguito, a loro volta esiti di tipo fideistico. Dal 2000, lo STIM,
in collaborazione col gruppo A Day With Mary - MIM di Londra, organizza
annualmente un Simposio mariologico internazionale sulla corredenzione
mariana. Che l’Immacolata ed i nostri santi Patroni benedicano tutti gli
studenti, affinché negli anni di formazione nello STIM, si producano in
essi i lineamenti morali del Cristo Sommo Sacerdote e Buon Pastore, per
intercessione della Santissima Vergine Maria. ¦
P.
Alessandro M. Apollonio, FI .
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Il
Gigante... malato La Nigeria è uno dei “giganti” dell’Africa.
Gigante in molti sensi: geografico, con una superficie territoriale che
equivale a circa tre volte quella dell’Italia, suddivisa in 36 stati
federali; demografico, con una popolazione che oltrepassa i 130 milioni di
abitanti; è un gigante, inoltre, per la ricchezza di risorse del
sottosuolo (il petrolio, “oro nero” abbonda nelle regioni dell’est
del Paese) come pure del terreno, che è fertile tanto da permettere la
coltivazione non solo di prodotti tipici del clima tropicale, ma anche di
alcuni che necessitano del clima continentale. Secondo studi recenti, se
la Nigeria sviluppasse al meglio le sue immense potenzialità, potrebbe
essere il bread basket (letteralmente “il cestino del pane”, ossia una
fonte di sostentamento) di tutta l’Africa. Da non sottovalutare,
inoltre, le caratteristiche umane della popolazione: anche i meno istruiti
sono dotati, per la maggior parte, di intelligenza viva e di una quasi
illimitata capacità di adattamento. Va detto subito, però, che in
Nigeria anche i problemi sono anch’essi giganteschi. A causa della
corruzione a tutti i livelli, specialmente quello governativo, immensi
capitali -che andrebbero impiegati per il bene pubblico- vengono dirottati
verso pochi privati: i ricchi diventano sempre più ricchi, mentre i
poveri diventano sempre di più e sempre più poveri. Paradossalmente, è
normale che qui, in un paese produttore di petrolio, per mesi interi sia
letteralmente impossibile comprare una goccia di carburante – a meno che
non si sia disposti a pagare i prezzi esorbitanti del mercato nero. Si
fanno file di giorni per poter avere un poco di carburante per l’auto e
per il generatore. Già, perché la luce dall’Ente nazionale non c’è
mai... Per ciò che riguarda le telecomunicazioni, a cominciare dal più
ordinario telefono, la Nigeria occupa l’ultimo posto in Africa: si pensi
che gli impiegati stessi della società nazionale dei telefoni rubano i
cavi (sic) o subaffittano la linea telefonica ad un secondo cliente, la
cui bolletta è pagata dal titolare della linea! Resa instabile da una
serie di sanguinose quanto deleterie dittature militari, la Nigeria è
appena uscita, nel giugno di quest’anno dalle prime elezioni governative
(presidenziali e rappresentative) svoltesi in modo pacifico. La classe
politica, tuttavia, non sembra in grado di dare all’andamento economico
e sociale del Paese una svolta decisiva per il meglio. Le immense risorse
umane, naturalmente, non vengono sfruttate in modo più produttivo:
centinaia di migliaia sono i bambini e i giovani che non possono andare a
scuola per mancanza di soldi. Invece, non si contano i bambini, spesso
ancora piccolissimi, che vendono povera merce per strada, portandola in un
cesto tenuto in equilibrio sulla testa, o che elemosinano agli incroci e
sotto i ponti. 13 Il popolo È, secondo alcuni, la vera, più grande
ricchezza della Nigeria, non solo per il numero, ma anche per le
potenzialità positive che lo caratterizzano. I 130 milioni di nigeriani
sono frammentati in un numero imprecisato di etnie, suddivise al loro
interno in gruppi linguistici minori: in Nigeria si parlano circa 350
lingue diverse. Non c’è da meravigliarsi, dunque, se lo sviluppo
sociale ed economico è rallentato dalle incessanti ostilità tribali. I
gruppi principali sono quelli degli Hausa (stati del nord), per la
maggioranza mussulmani, degli Igbo (stati dell’est), quasi tutti
cattolici, e degli Yoruba (stati del centro e del sud), prevalentemente
mussulmani. Il gruppo etnico più numeroso della Nigeria è costituito
dagli Hausa, dediti in parte alla pastorizia, in parte all’agricoltura.
Gli Igbo si distinguono per l’intraprendenza e l’abilità nelle
attività commerciali, nonché per l’interesse alla preparazione
culturale e accademica. Gli Yoruba si dedicano per lo più all’agricoltura,
all’artigianato e al commercio. Si distinguono, inoltre, per le
produzioni artistiche in materiali diversi, dalla scultura in avorio e in
legno alla lavorazione del ferro, del cuoio e di tessuti pregiati. Il
tasso di analfabetismo in Nigeria è del 40%. La religione Una
caratteristica del popolo nigeriano è lo spiccato senso religioso - anch’esso,
purtroppo, mal diretto e strumentalizzato per fini tutt’altro che
religiosi. I mussulmani sono la metà della popolazione, mentre i
cristiani (di innumerevoli denominazioni) sono il 40%, di cui il 12% è
costituito da cattolici. Il rimanente è dedito ai culti tradizionali,
principalmente animisti e feticisti. Fino ad epoca recente le varie
religioni
convivevano pacificamente in tutta la Nigeria. Negli ultimi anni,
tuttavia, negli stati del nord alcuni gruppi di estremisti mussulmani
hanno preso il sopravvento sulla scena politica, imponendo l’applicazione
indiscriminata della shariah, ossia della legge islamica integrale, anche
alla popolazione di religione cristiana. I notiziari internazionali hanno
registrato i sanguinosi eventi occorsi nei mesi scorsi proprio in questi
stati del nord della Nigeria. Al di là di quanto si dice ufficialmente,
qui tutti sanno che la vera causa delle stragi non è religiosa per sé,
ma politica: si tratterebbe piuttosto di manovre mirate a destabilizzare l’autorità
vigente o l’economia. In fondo, tutto si riduce alla corsa sfrenata al
potere e all’avere, a qualsiasi costo ciò si possa raggiungere. Le “zone
critiche” delle sommosse a sfondo religioso sono principalmente quelle
del nord del Paese, dove la popolazione è prevalentemente mussulmana.
Infatti, mentre l’est della Nigeria è quasi totalmente cattolico, gli
stati del sud ovest vedono la convivenza pacifica di islam, cristianesimo
e religioni tradizionali. La condizione della donna I nomi di Safya ed
Amya, due nigeriane degli stati del nord della Nigeria, hanno varcato i
confini nazionali, purtroppo in relazione ad eventi che non fanno certo
onore alla loro patria. Va detto subito che il problema della condizione
della donna in Nigeria è quanto mai complesso e delicato. Gli elementi da
considerare sono le tradizioni ancestrali, la religione, la classe sociale
e il livello culturale. Di norma, come del resto in altri continenti, il
maschio è privilegiato rispetto alla femmina, la quale non ha parte alla
divisione dell’eredità paterna. Ciò vale per gli Yoruba e gli Hausa,
mentre per gli Igbo la prima figlia femmina ha un posto privilegiato
rispetto agli altri figli. In tutti i gruppi etnici la donna controlla
gran parte del complesso sistema del mercato: di fatto l’importanza
della donna dipende più dalla sua propria posizione nel mercato che dalla
posizione del marito. In generale la mentalità comune non è a favore
dello sviluppo culturale della donna perché, si dice, la sua scienza “va
a finire nella pentola del pranzo”: è quindi uno spreco far studiare
una donna. Molto dipende anche dal sostrato religioso. Nella mentalità
islamica, infatti, la donna non è considerata un essere umano al pari
dell’uomo; addirittura, non avrebbe neppure un’anima. Presso i
cristiani, invece, il rispetto della dignità della donna è maggiore. C’è
da dire, tuttavia, che in persone di livello culturale più elevato i
problemi di questo genere quasi non sussistono, e la donna gode di un
rispetto almeno pari a quello dell’uomo, indipendentemente dalle
credenze religiose. Nonostante tutto, però, le donne oggigiorno sono
presenti nella vita politica, sociale ed economica del Paese, occupando
anche ruoli di autorità in vari campi amministrativi ed imprenditoriali.
La Missione dell’Immacolata in Nigeria Le nostre missioni di Francescani
dell’Immacolata si trovano negli stati di Lagos e Ogun, situati nel sud
ovest della Nigeria, non lontano dal confine con il Benin. Siamo nella
Yorubaland, la terra degli Yoruba, popolo che nel secolo XVII dominava
gran parte dei territori dell’attuale Nigeria occidentale e centrale. I
Frati Francescani dell’Immacolata sono giunti in Nigeria, ad Ijebu-Igbo,
in Ogun State, nel 1997, mentre le Suore Francescane dell’Immacolata
hanno aperto la prima missione, nello stesso paese, nel novembre del 1999.
Dall’agosto 2001 le Suore hanno aperto una comunità anche a Lagos,
nello stato omonimo, ex capitale della Nigeria e metropoli dai mille
aspetti, che conta oltre 10 milioni di abitanti. Ijebu-Igbo La Missione
delle Suore ad Ijebu è nata
proprio nella povertà più francescana. Un gruppetto di Suore arrivò dal
Benin, dopo un avventuroso viaggio di una giornata intera, in questo
villaggio sulle colline dell’entroterra nigeriano. Senza luce, senza
acqua, con poco da mangiare, con la malaria addosso, sistemate alla meno
peggio in stanzette cadenti che a malapena si chiudevano... Fu un inizio
da perfetta letizia, presagio di benedizioni future perché segnato dalla
croce. L’abitazione dataci in uso dal Vescovo diocesano era, prima dell’avvento
della dittatura militare, una scuola elementare costruita dalla Società
delle Missioni Africane. Dopo lunghi anni di abbandono, si presentava come
una dimora veramente povera, adatta a noi francescani. Le suore si sono
dunque messe all’opera per rendere la povertà decorosa, pur custodendo
la semplicità del luogo. Il lebbrosario Il Vescovo affidò alle suore la
cura del Lebbrosario, situato a poca distanza dal Convento. Il Lebbrosario
consiste in un gruppo di piccoli edifici a piano terra, quasi un
villaggio, circondato dalla foresta. Al nostro arrivo la condizione
generale dei malati e delle strutture era davvero penosa. Non c’era
neanche un pozzo per l’acqua, né tanto meno esistevano i servizi
igienici. Noi dedicammo subito il villaggio a San Giuseppe (St Joseph’s
Centre), il quale ha continuamente provveduto alle necessità dei suoi
protetti. I malati di lebbra sono circa 40, tutti adulti. Con essi, però,
vivevano anche i numerosi figli, 39 bambini – tutti sani, almeno finora.
La lebbra, in termini medici nota come morbo di Hansen, è un male
misterioso fino ad oggi. Sebbene si sia in grado, con terapie adeguate, di
arrestare e debellare il male, specie nelle sue fasi iniziali, non si
hanno certezze circa i modi del contagio né esiste un vaccino. Il nostro
compito, al lebbrosario, è soprattutto quello di fornire il nutrimento
per lo spirito e per il corpo: per lo spirito, con lezioni di catechismo
tre volte alla settimana, e per il corpo, con la distribuzione regolare di
riso e fagioli per tutti. Quando qualche malato ha bisogno di cure mediche
più specifiche, procuriamo l’assistenza necessaria. Negli ultimi due
anni grazie all’aiuto di benefattori, italiani e nigeriani, è stato
costruito un pozzo che fornisce acqua potabile a tutto il villaggio; sono
state installate le condutture dell’acqua per ogni edificio e costruite
le docce; abbiamo acquistato un generatore, necessario, oltre che per l’illuminazione,
per permettere il funzionamento della pompa dell’acqua, ed un pulmino
per il trasporto degli approvvigionamenti. Da un anno, inoltre, abbiamo
iniziato a mandare i bambini in età scolare in collegi cattolici, ove
ricevono una buona educazione e, al contempo, sono protetti dal rischio di
contagio. Questa scelta è parsa il modo più efficace di offrire ai figli
dei lebbrosi la possibilità di costruirsi un futuro dignitoso, perché la
cultura significa possibilità di trovare un impiego più redditizio e, di
conseguenza, di migliorare il tenore di vita. Speriamo che la Provvidenza
continui ad aiutarci, cosicché si possa continuare quest’opera di
misericordia non solo corporale, ma anche spirituale. Siamo grati a tutti
coloro che, in Italia, partecipano all’iniziativa delle adozioni
spirituali. Vorrei dire a tutti costoro che il loro sacrificio vuol dire
non solo il futuro, ma la vita stessa per molti di questi bambini. Grazie,
dunque, e che il Signore vi dia la grazia di fare sempre di più, perché
in questi piccoli c’è Lui. Ciò che colpisce maggiormente, quando si
visita St Joseph’s Centre, è la gioia che si irradia dai volti, sia
pure sfigurati e sofferenti, dei malati. All’arrivo di visitatori, si
radunano tutti al suono del gong e cantano, danzano, battendo i moncherini
delle mani e movendosi sui piedi -fasciati perché coperti di piaghe- e
sorridono. Quando iniziammo il nostro lavoro con loro, alcuni, vedendo la
costanza con cui ci recavamo a trovarli, espressero la loro meraviglia:
“Perché non ci fuggite, come tanti altri? Ma è proprio vero che ci
volete bene, allora?” Quando siamo arrivate c’erano solo cinque o sei
cattolici, a St Joseph’s Centre; ora, dopo tre anni, solo cinque o sei
non sono cattolici... All’Immacolata l’onore e la gloria. Missio
Mariae_n 29_estate_2003 14 Da poche settimane abbiamo dato inizio ai
lavori di ristrutturazione degli edifici del
villaggio. Il progetto dei lavori comprende anche la costruzione di bagni
e l’edificazione del muro di cinta. Che la Provvidenza trovi validi
collaboratori anche tra coloro che leggono queste righe! Il carcere Oltre
all’attività per il lebbrosario le suore compiono un’altra opera di
carità: le visite regolari al carcere di Ijebu-Ode. In Nigeria il governo
non provvede né al vitto né ad altre necessità dei detenuti. Coloro che
hanno la famiglia, devono ricevere da essa il sostentamento; coloro che
non l’hanno, dipendono interamente dalla carità di volontari. Pertanto
ogni mese le suore si recano al carcere e, dopo aver recitato il rosario,
al quale partecipano tutti indistintamente, fanno una breve riflessione
spirituale inframmezzata da canti. Dopo di ciò, distribuiscono abbondanti
razioni di cibo e, quando ne hanno, anche indumenti o articoli di prima
necessità. Sono frequenti le conversioni, specie al cattolicesimo. Il
Santuario della Madonna del Rosario Nel dicembre del 2000 il vescovo di
Ijebu-Ode, con la presenza del nostro amato Fondatore, P. Gabriele M.
Pellettieri, ha compiuto la dedicazione del Santuario della Madonna del
Santo Rosario, situato nel Centro Pastorale che ospita i conventi dei
Frati e delle Suore. È un Santuario-miracolo, costruito elemosinando i
materiali e i fondi qui in Nigeria, grazie allo zelo e la fede indomita di
Madre Maria Massimiliana Prassino, Superiora della Missione delle Suore.
La coraggiosa Madre non ha badato a sacrifici per realizzare questo tempio
mariano, luogo di grazia e di benedizione: non si contano i viaggi fatti a
Lagos con mezzi di trasporto poco sicuri e senza avere un tetto ove
ripararsi, per elemosinare cemento, mattoni, ferro, vernice, manodopera...
Citiamo uno dei tanti fioretti di cui fu costellato il periodo della
costruzione del Santuario. Gli altri, potremo contemplarli in cielo nel
loro fresco splendore. Durante i lavori sopraggiunse una crisi del
cemento: non se ne trovava, e se c’era, era costosissimo. La Madre si
recò a Lagos. Le fu dato il nome del proprietario di una fabbrica di
cemento, ma...era un mussulmano. Niente paura, l’Immacolata apre tutti i
cuori, se abbiamo fede! Ebbene, non appena la Madre fece la sua richiesta,
il mussulmano le firmò una lettera con cui donava, completamente gratis,
seicento sacchi di cemento per la costruzione del Santuario della Vergine
Maria. Fioretti degni davvero di San Francesco! Lagos Lagos è la New York
dei nigeriani. Metropoli internazionale, conta oltre 10 milioni di
abitanti. Praticamente tutti igruppi etnici della Nigeria vi sono
presenti; inoltre, sono migliaia gli europei, americani e asiatici che vi
risiedono. Sede di società internazionali, vi si coglie al primo sguardo
il contrasto stridente tra grattacieli e palafitte. Dal punto di vista
religioso, Lagos è un punto di riferimento per tutta la Nigeria. L’Arcivescovo
regnante, Monsignor Anthony Okogie, ha celebrato nel giugno di quest’anno
il 30 anniversario di insediamento come arcivescovo metropolita di Lagos.
Personalità che ha suscitato pareri contrastanti, ma che ha saputo
reggere e portare avanti una diocesi dai problemi complessi in situazioni
politiche di estrema difficoltà. La chiesa locale è viva ed attiva,
quasi tutt’uno con il tessuto della vita quotidiana della gente. Qui
abbiamo potuto fare un’esperienza davvero cosmopolita, o, meglio,
cattolica nel senso stretto della parola, avendo la possibilità di
collaborare non solo con la chiesa nigeriana, ma anche con la comunità
italiana e quella libanese, di rito maronita. E, ancora una volta,
dobbiamo riconoscere che il carisma francescano-mariano che portiamo nel
cuore e nella vita è speranza e segno per una Chiesa santa ed immacolata.
Radio Good Counsel Il motivo principale che ci ha portate a Lagos è stata
l’ispirazione dei nostri Fondatori di impiantare una stazione radio con
trasmissioni in lingua inglese, per portare il messaggio evangelico non
solo alla Nigeria, ma a tutta l’Africa anglofona. Anche a voler coprire
la sola città di Lagos, si raggiungerebbero circa 10 milioni di persone,
vale a dire quasi il doppio della popolazione complessiva del Benin. Gli
ostacoli alla realizzazione di tale progetto parrebbero umanamente
insormontabili. Anzitutto, la Costituzione della Repubblica Federale della
Nigeria proibisce a qualsiasi ente religioso di essere titolare di una
licenza per radio o televisione; in secondo luogo, fino ad ora le
normative del Codice delle Teletrasmissioni non prevede se non radio
puramente commerciali. Non esiste, in parole povere, la “radio
comunitaria”, senza fini lucrativi. Secondo le prescrizioni
costituzionali sarebbe irrealizzabile, dunque, l’idea di una radio
esclusivamente religiosa, tenuta da religiosi. In ultimo, la comunità non
ha ancora trovato una sistemazione permanente ove impiantare abitazione ed
opere apostoliche in maniera più stabile. L’Immacolata ci sta guidando,
passo dopo passo, secondo i suoi modi e i suoi tempi, risolvendo
difficoltà più grosse di noi. Siamo convinte che questa opera dovrà
fare molto del bene, perché gli ostacoli sono numerosi e...ponderosi. Per
ovviare al problema del titolare della licenza governativa, abbiamo dovuto
costituire un Trust, ossia una società senza scopi di lucro, con fini
educativi, e caritativi. L’Associazione si chiama “Buon Consiglio”,
in inglese The Good Counsel. Tale Associazione, non religiosa, senza scopo
di lucro, non politica e non governativa (sì, abbiamo dovuto chiarire
tutto questo!) si propone come titolare della Licenza di trasmissione. La Celeste
Tessitrice, poi, sta “tirando le fila” piano piano, ed è commovente
vedere come prepara le sue opere nel silenzio, cosicché tutto concorra al
bene delle anime. Infatti, proprio quando abbiamo presentato la nostra
richiesta, a livello del governo federale era in atto la discussione sulle
radio comunitarie. Come risultato, si è dato l’avvio alla preparazione
della legislazione che permetterà la liberalizzazione delle onde. Al
momento attuale la legislazione in questione ha superato il primo grado di
approvazione. Le elezioni governative dello scorso aprile, con i
successivi assestamenti del personale amministrativo, hanno arrestato
temporaneamente il processo. Sembra proprio che occorra tanta, tanta
preghiera affinché questo progetto dell’Immacolata divenga realtà.
Data la sensibilità religiosa dei nigeriani, le radio comunitarie, poste
in mani sbagliate, potrebbero trasformarsi in strumenti pericolosi e
dannosi per il controllo delle masse. Nel frattempo, tuttavia, noi abbiamo
cercato di fare la nostra parte. Grazie alla carità di molti, in Italia e
in Nigeria, abbiamo preparato gli studi della futura Radio Good Counsel,
Radio Buon Consiglio. Padre Aloysius ha lavorato instancabilmente per mesi
all’installazione delle apparecchiature, ed il risultato è uno studio
di qualità competitiva. In attesa della licenza, abbiamo iniziato a
preparare i programmi, cosa niente affatto facile, date le circostanze.
Non potendo presentarci come radio confessionale religiosa, abbiamo dovuto
scegliere la forma della radio educativoformativa. I nostri programmi,
dunque, spazieranno su tutti i campi della formazione umana: dalla lingua
inglese alla salute, con consigli pratici di prevenzione e di cura; dall’economia,
con suggerimenti per i piccoli commercianti, ai programmi per i giovani;
dall’economia domestica, per aiutare le mamme con poche risorse, all’agricoltura;
e così via. I programmi strettamente religiosi ci saranno, naturalmente,
ma solo entro i limiti permessi dalla legge: il 10% del tempo totale di
trasmissione, dunque. Ad ogni modo, stiamo scegliendo con cura l’équipe
dei nostri collaboratori specializzati, in modo che tutto abbia Cristo e
Maria come centro e come fine. Nella luce di Gesù, tutto può essere
strumento per santificarci e santificare; del resto, il Salvatore per
primo è venuto a Missio Mariae_n 29_estate_2003 16 guarire gli infermi,
dare la vista ai ciechi, nutrire gli affamati... Un’altra intenzione di
preghiera riguarda la sistemazione più permanente della comunità.
Potremo restare nella casa che ora abitiamo solo fino a metà agosto,
dopodiché solo una parte della comunità può spostarsi nella casa ove
sono situati gli studi, per ragioni di spazio e di prudenza. Anche questa
casa, però, è solo in uso temporaneo. Chiediamo dunque all’Immacolata
che ci mostri qual’è la portiuncula che Lei ha scelto come sua
proprietà, come sua dimora. Aiutateci a pregare! L’isola nella laguna
No, non è il titolo di un romanzo, ma uno dei luoghi dove l’Immacolata
ha voluto essere presente tramite noi, suoi poveri strumenti. Lagos sorge
sulla laguna (donde l’etimologia del nome) prospiciente il Golfo di
Benin. Molti degli isolotti sabbiosi, dispersi qua e là, sono stati
scelti a dimora da colonie di profughi provenienti dal Benin, all’epoca
della guerra civile nell’allora Dahomey. La Provvidenza ci ha condotte
anche laggiù: cariche di pacchi, anzi, di sacchi di provvidenza,
elemosinata da benefattori vari, ci issiamo su delle barche a motore e...via,
verso le nostre isole. Ce n’è una in particolare, chiamata Bishopkodjie,
in onore dell’Arcivescovo, ove ci rechiamo costantemente. Questa, come
le altre, è una distesa di sabbia ove non cresce nulla, senza luce né
acqua potabile. La miseria che vi regna è indescrivibile. Con l’aiuto
di benefattori libanesi, ora circa trecento bambini vanno a scuola, e si
prospetta l’apertura di una clinica gratuita nei prossimi mesi. Quando
ci rechiamo a trovarli, anche i non cattolici partecipano alla messa e
alla recita del rosario. Le vocazioni L’Immacolata ha benedetto la sua
Missione in Nigeria con le vocazioni. Attualmente abbiamo otto postulanti
e quattro aspiranti. La maggior parte delle giovani sono originarie dell’est
cattolico, appartenenti alle tribù degli Igbo; ma ce ne sono anche dalla
fascia centrale e dal sud, raramente dalla Yorubaland. In generale qui la
vita consacrata è difficilmente compresa, perché nella mentalità
africana non avere progenie è un disonore. Tuttavia la testimonianza
fedele e la coerenza dei consacrati sono altamente rispettati da tutti,
cristiani e non. È necessario un discernimento illuminato delle
vocazioni, perché il convento non sia preso per un rifugio o un rimedio
alla povertà così comune. La nostra vita comunitaria non è affatto
confortevole, ma per chi non sa se e cosa mangerà oggi né dove dormirà
stanotte, anche i nostri pasti francescani e il nostro letto di tavola
può rappresentare una sicurezza. D’altro canto bisogna fare attenzione
a chi entra in convento non per seguire Gesù, ma con la speranza di poter
conseguire un titolo di studio o una qualifica professionale: questa è l’insidia
di molti istituti dedicati alle scuole o agli ospedali. In questo senso,
le giovani che aspirano a vivere la nostra vita sono messe subito di
fronte alla realtà della vita consacrata come perfetta immolazione di sé
e abbandono illimitato nelle mani dell’Immacolata. C’è da sperare che
anche qui in Nigeria le vocazioni fioriscano, perché qui, più che mai,
“la mèsse è molta”. La povertà Come vivere di elemosina in un paese
sottosviluppato, dove la maggioranza della popolazione è estremamente
povera? Com’è visto, dalla gente del luogo, il nostro atteggiamento di
questuanti? Rispondiamo in base all’esperienza di questi anni: qui in
Nigeria, è possibile vivere di elemosina, perché la ricchezza esiste,
pur se mal distribuita. La Provvidenza esiste ovunque. La nostra
testimonianza di questua, soprattutto quando noi missionari chiediamo ai
nigeriani, provoca alla riflessione e muove i cuori. Soprattutto quando
vedono che noi suore rimaniamo sempre effettivamente povere, che non
cerchiamo comforts, che facciamo parte del nostro surplus a chi è più
bisognoso, tutti indistintamente si aprono alla generosità più
sorprendente. È sempre vero che l’umiltà apre il cuore non solo di
Dio, ma anche degli uomini. Un esempio soltanto. La verdura è un genere
alimentare di lusso, riservato ai “bianchi ricchi”, e quindi non
compare spesso sulla nostra tavola. Un giorno una consorella, passando
davanti ad un rivenditore di verdura, chiese umilmente la carità per
amore di Dio. Il buonuomo era un mussulmano. Di buon grado diede alla
suora della verdura, invitandola a tornare. Da quel giorno, almeno una
volta alla settimana Alhaji (che è un titolo di rispetto conferito ai
mussulmani) ci provvede con buste piene di verdura e di frutta. Quando,
per avventura, le suore non possono recarsi al suo banco, si preoccupa
seriamente perché, ci disse una volta, “Voi siete la benedizione di
Dio, e più do a voi, più Iddio mi benedice mandandomi numerosi clienti.
Perciò, venite!” Sia lode all’Immacolata, sempre. Guardando avanti
“Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, e Santo è il suo nome”:
il canto profetico della Vergine Immacolata risuona anche qui, in Nigeria,
ove Ella vive tra noi e in noi. La ristrutturazione del lebbrosario; l’attivazione
della Radio Good Counsel; la sistemazione permanente a Lagos; la
costruzione della Città dell’Immacolata a Sagamu, la cura delle
vocazioni, e tante, tante altre opere, sono tutte nel Cuore dell’Immacolata
e devono diventare realtà con il nostro sacrificio e la nostra dedizione
quotidiana. Aiutateci a pregare affinché noi missionari siamo sempre
generosi e fedeli nella testimonianza di vita e nell’impegno apostolico;
aiutateci, però, anche materialmente ad edificare il Regno di Dio, ad
aiutare i più poveri. Ed il Padre nostro, che vede nel segreto, saprà
come ricompensarvi. Grazie di tutto a tutti. Sempre uniti nel Cuore dell’Immacolata!

Sr.
M. Stefania Manelli, FI.
Su
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L’ultimo
sorriso di Fra John Joseph
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La morte di fra Giovangiuseppe, avvenuta lo scorso 10 aprile fa pensare
automaticamente alla risposta che S. Domenico Savio diede ai suoi compagni
quando questi gli chiesero che cosa avrebbe fatto se un angelo durante la
ricreazione gli avesse detto che sarebbe morto in quello stesso giorno. Il
santo giovane rispose che avrebbe continuato a giocare perché quella era
la Volontà di Dio. La morte del nostro carissimo confratello alla giovane
età di 32 anni per un attacco cardiaco subìto durante una partita di
calcio avrà così abbracciato fra Giovangiuseppe: in un atteggiamento di
totale donazione alla Volontà di Dio. Egli, filippino di origine si era
subito distinto per la sua semplicità di fratello religioso, per la sua
laboriosità ma soprattutto per la sua ilarità e a tal proposito coloro
che sono stati suoi amici di noviziato, fin dal 1988-89, difficilmente
dimenticano il suo modo di ridere buffo che impegnava non solo la bocca ma
anche il torace e le spalle, rendendolo così spesso oggetto di scherzi e
divertimenti per gli altri a cui lui umilmente si sottometteva senza per
nulla risentirsene. Non fu mai visto arrabbiato per qualcosa forse
perché, come dice un confratello, era un tipico “taga-Taytay” (Taytay
si trova nella provincia filippina di Rizal di cui il nostro frate era
originario). Aveva uno spirito sommesso ed eseguiva qualsiasi istruzione
senza discussioni e silenziosamente. L’amore verso il carisma
francescanomariano, proprio del nostro Istituto, lo dimostrò in occasione
delle numerose turbolenze a Casa Mariana in Filippine nel delicato periodo
della separazione dai frati Conventuali. “Lei decide“, così si
esprimeva fra Giovangiuseppe in quei difficili momenti che terminarono con
il riconoscimento dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata
a diritto diocesano (22 Giugno 1990). Una morte quindi inaspettata quella
del 10 Aprile; una morte di cui tutti rimasero confusi e stupiti eccetto
lui: Jerry Borja, come si chiamava al secolo. Si era preparato infatti con
una conferenza tenuta in occasione del ritiro mensile della comunità,
alcuni giorni prima, proprio sul tema “apparecchio alla morte” di S.
Alfonso M. De Liguori. Ci sembra poi di vedere una preparazione remota
anche nella grande devozione che aveva verso S. Giuseppe, patrono speciale
della ”buona morte”, per il quale si era addirittura impegnato a
comporre un libro contenente un insieme di preghiere al Patrono della
Chiesa universale. Alla grande pietà univa poi anche uno spirito di
sacrificio non comune; qualche esempio: non riposava il pomeriggio, in
cucina si destreggiava da ormai dieci anni e con una riuscita degna di un
esperto cuoco, visitava poi gli ammalati e gli anziani ogni domenica
pomeriggio per due ore senza badare a stanchezze e difficoltà pur di
portare una parola di conforto; in più si recava a visitare gli ammalati
senza usare alcun mezzo di trasporto, motivato profondamente dal fatto che
anche questa sarebbe stata un’occasione di “fare purgatorio”, come
lui stesso si esprimeva. Insomma sembrava il frate che aveva il compito di
facilitare tutto e tutti, in comunità e con la gente. La fama che si era
acquistato quale assistente del parroco (che era allora Padre Alfonso
Salazar), lo dimostra la folla di persone accorse al suo funerale il 15
Aprile, giovedì santo, S. Messa presieduta da S.E. Mons. Albert Fasina,
Vescovo della diocesi di Ijebu-Ode. L’ascendente e il rispetto che
suscitava lo notiamo però anche quella volta che si trovò a dirimere una
lite fra due coniugi, la quale terminò proprio per le parole del frate
che ricordò loro la promessa del vincolo matrimoniale fatta davanti a
Dio. Hanno beneficiato dell’opera apostolica di fra Giovangiuseppe anche
la Legione di Maria, da lui riformata, e anche i bambini ministranti della
chiesa che lui ha raccolto e guidato dandogli il nome di Cavalieri dell’altare.
E’ comprensibile quindi come la missione nigeriana abbia perso davvero
una colonna, usando una espressione di Padre Josè, superiore della Casa
Mariana in Nigeria. Un instancabile frate tutto dedito e pieno di zelo per
la causa dell’Immacolata e lo zelo per la missione che ha vissuto in
pieno perché si è realmente fatto strumento nelle mani di Lei, secondo
gli insegnamenti di S. Massimiliano M. Kolbe. Un frate che, non è
esagerato paragonare ad un San Felice da Cantalice, ad un San Corrado da
Parzham, ad un San Pasquale Baylon, ad un B. Diego Oddi e ad altri santi
fratelli religiosi francescani. Non dimenticheremo mai fra Giovangiuseppe,
come dice il canto tipico filippino Hindi Kita Mililimutan, eseguito dalla
corale delle suore e della parrocchia durante la messa di funerale; non
dimenticheremo la sua risata perché adesso egli ride nuovamente nell’eternità
come di chi entra trionfante nella gloria radiosa dell’eterno convito.
Amen ! ¦
P.
Berard M. Moso, FI.
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