Ave Maria!!!

 

Estate 2003

 

Scarica l'intera rivista in .pdf

Per visualizzare la rivista è necessario Adobe Acrobat

Scarica Acrobat Reader

 

Sommario

Editoriale

Spiritualità

Contemplare con Maria il

«volto eucaristico» di Cristo

P. Serafino M. Lanzetta, FI.

750° Anniversario

della morte di S. Chiara

Una Clarissa dell’Immacolata

Attualità

A servizio dell’Immacolata

nelle scienze cattoliche

P. Alessandro M. Apollonio, FI.

Missioni

Aiutateci ad aiutare

Sr. M. Stefania Manelli, FI.

Testimonianza

L’ultimo sorriso di Fra John Joseph

P. Berard M. Moso, FI.

 

 

 

Editoriale 

Si racconta che in un esorcismo, ad una domanda del sacerdote, il demonio abbia risposto per bocca dell’ossesso, che le cose che gli impedivano di conquistare il mondo e assoggettarlo erano principalmente “tre punti bianchi: il pane bianco, la donna bianca e l’uomo bianco”. E perciò qualche altra fonte aggiunge che nei programmi della Massoneria, nemica della Chiesa di Cristo, ci sia la lotta accanita e perenne proprio a questi tre punti bianchi. Al sacerdote esorcista e, certamente, anche a tutti noi non fa difficoltà a capire di cosa si tratti: il Pane bianco è l’Eucaristia, la Donna bianca è la Madonna e l’Uomo bianco è il Papa. In effetti queste tre Persone costituiscono il fondamento imprescindibile della natura della Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica. L’autenticità della Fede cattolica di ogni fedele deve confrontarsi in modo particolare con queste realtà, verificandone il grado di adesione. In certi periodi storici della Chiesa, alcuni suoi membri hanno un po’ offuscato, se non addirittura negato o sconvolto il senso di queste tre realtà divine. Senza scandagliare i duemila anni di storia della Chiesa, basta affacciarsi al secolo scorso per rendersi conto di come, più o meno coscientemente, l’Eucaristia, la devozione alla Madonna e il Papa siano stati bersaglio di teorie eretiche e manovre denigratorie. Sembra però che il peggio sia passato e che oggi i “tre punti bianchi” siano chiaramente e giustamente posti in rilievo presentandoli come le tre grandi colonne della Fede dei credenti in Cristo. Una analoga simbologia la troviamo nella vita di San Giovanni Bosco. Uno dei sogni di Don Bosco più famoso ed anche più misterioso è certamente quello che si riferisce alla nave col suo bianco condottiero posto sulla prua, il quale, tra l’infuriare della battaglia contro altre imbarcazioni che tentano di abbatterla, riesce a portare la nave in salvo attraccandola a due poderose colonne sulle quali si scorgevano la Donna vestita di bianco, l’Auxilium Christianorum, e l’Ostia Bianca, cioè l’Eucaristia. Lo stesso don Bosco aveva dato ai ragazzi questa spiegazione del sogno, riconoscendo nella grande nave la Chiesa, la quale riusciva a riportare vittoria nella furiosa battaglia, grazie all’autorità del Papa, figurato nel condottiero della nave, che legava la Chiesa a due salde fondamenta: la devozione alla Madonna e all’Eucaristia. Quest’anno in modo del tutto particolare e provvidenziale il Pane bianco, la Donna bianca e l’Uomo bianco sono posti in risalto concordemente, forse, più che in altri momenti della Chiesa. Infatti, quest’anno la Chiesa intera si unisce al Santo Padre Giovanni Paolo II per festeggiare i suoi 25 anni di Pontificato. Inoltre, proprio per solennizzare questo evento, il Papa ha indetto l’Anno mariano del Rosario (ottobre 2002-ottobre 2003) e ha anche pubblicato nel mese di aprile scorso la sua 14ª Enciclica dedicandola all’Eucaristia (Ecclesia de Eucharistia). Dal 16 ottobre 1978 Karol Wojtyla, col nome di Giovanni Paolo II, guida la Barca di Pietro, che è la Chiesa, in questo tempo così burrascoso sia a livello politico-sociale internazionale e sia a livello ecclesiale. Egli ha saputo traghettare la Chiesa nel Terzo Millennio cristiano, non senza un forte impegno e con sacrificio. A nessuno sfugge quanto è accaduto il 13 maggio 1981, quando sotto i colpi di pistola il Papa si accasciò sanguinante ed agonizzante. Fu la mano materna di Maria Santissima, che in quel giorno si ricordava nella sua prima apparizione a Fatima, a sorreggere miracolosamente il Papa, ridonandogli la vita, come il Papa stesso successivamente testimoniò. Qualcuno ha interpretato il sogno di Don Bosco riferendo proprio a Giovanni Paolo II e a quel 13 maggio 1981 quella misteriosa narrazione del capitano della nave che muore e poi si rialza, riprendendo con vigore la guida della Nave. Il Santo Padre, Giovanni Paolo II, intrepido condottiero della Chiesa di Cristo, nonostante le infermità e l’età, continua imperterrito nella sua missione di Apostolo del Vangelo e Pellegrino di pace e di solidarietà tra le nazioni. Il mondo intero lo stima come l’Amico di tutti i Popoli e in tal senso gli riconosce di essere in qualche modo la “coscienza” dell’attuale umanità. Dal 16 ottobre 2002, Giovanni Paolo II ha indetto l’Anno del Rosario, ponendo ancora una volta la Vergine Maria al centro del cammino della Chiesa verso Cristo. L’Anno del Rosario vuole quindi richiamare concretamente tutti i fedeli alla preghiera di contemplazione dei misteri di Cristo con lo sguardo di Maria. Il Rosario, lo sappiamo, è l’arma segreta di ogni vittoria della Chiesa per vincere le seduzioni del mondo moderno, la scristianizzazione imperante, le immoralità, le divisioni e i contrasti, la mediocrità e ogni altro errore che ha tentato o tenta di oscurare la verità di Cristo Gesù e della sua Madre Maria. Su invito e l’esempio del Papa, la Chiesa pone il Rosario come la preghiera della comunità cristiana mediante la quale si libera dagli affanni terreni e si innalza nella contemplazione delle cose celesti a cui è destinata. S Giunta quasi a sorpresa, l’Enciclica Ecclesia de Eucharistia è davvero un dono prezioso per tutti i credenti ed un capolavoro di riflessione teologica, che invita a fissare lo sguardo su Gesù Eucaristico, “fonte e culmine” (LG, 11) della vita della Chiesa e vero e proprio tesoro, in cui “è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa” (PO, 5). Verrebbe quasi da dire al Papa come il maestro di tavola allo sposo nelle nozze di Cana: “Hai conservato alla fine il vino buono” (Gv 2, 10). Nel documento pontificio viene riaffermata la dottrina perenne sull’Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa, additando con forza la sua centralità: “Di essa la Chiesa vive. Di questo ‘pane vivo’ si nutre” (EDE, 7) auspicando di ridestarne lo ‘stupore’ e, di conseguenza, “la premurosa attenzione” (EDE, 9). Adesso siamo in attesa dell’importante documento con norme liturgiche e con richiami anche di carattere giuridico che il Papa ha preannunciato al n. 52 della stessa Enciclica sull’Eucaristia. Senza effimeri euforismi, ma con fondato ottimismo cristiano ci viene da chiedere se sia giunto finalmente il tempo del trionfo del Cuore Immacolato di Maria, il tempo in cui sia passata l’angoscia di vedere il Primato petrino del Papa negato o comunque messo in discussione, dottrinalmente e praticamente; il tempo in cui finalmente nella vita dei cristiani la Madonna prenda posto accanto al Figlio, senza quei tabù mariologici, che temono che Maria Santissima possa oscurare Gesù Cristo e la Sua opera di salvezza; il tempo in cui l’Eucaristia sia creduta da tutti i fedeli come presenza di Gesù Cristo in Corpo, Sangue, Anima e Divinità, e per questo adorato e onorato degnamente, e non più riposto in misere e decentrate cappelle, o celebrata con Messe strapazzate e sacrilegate variamente. E’ forse giunto il tempo in cui la Chiesa Cattolica, senza sincretismi e falsi ecumenismi, può ostentare ciò che la rende ad evidenza l’unica Chiesa di Cristo: il Pane Bianco, ossia la Santissima Eucaristia, Gesù Cristo stesso; la Donna Bianca, ossia Maria Santissima, Madre di Cristo Uomo Dio; l’Uomo Bianco, ossia il Papa, Vicario di Cristo, oggi Giovanni Paolo II. Solo questa Chiesa potrà condurre i fedeli cristiani e tutti gli uomini di buona volontà alla pace e giustizia terrena e, soprattutto, alla salvezza eterna.

Su

 

 

Contemplare con Maria il «volto eucaristico» di Cristo

«La Chiesa vive dell’Eucaristia ». Queste le parole che danno inizio all’insegnamento magisteriale di Giovanni Paolo II nella sua 14a Enciclica volta a lumeggiare i rapporti tra la Chiesa e l’Eucaristia. In primo piano vi è il sacramento dell’Eucaristia, «fonte e culmine della vita cristiana» (Lumen gentium, n. 11), «Sacramento dei sacramenti» (s. Tommaso d’Aquino), dal quale trae origine la vita ecclesiale: «l’Eucaristia fa la Chiesa» e verso cui tende ogni dinamis m o spir i - tuale come a suo proprio fine: «Io sono il pane della vita» (Gv 6,48). Piccolo segno ma grande realtà Una nuova enciclica - la prima del nuovo millennio -, che vuole suscitare lo stupore di ogni cristiano, il quale, nell’era delle tecnologie più avanzate, delle conquiste scientifiche sempre più accattivanti, si lascia sedurre dalla meraviglia di ciò che a prima vista può sembrare insignificante: un pezzo di pane che è tutto il mio Dio. Quasi a modo di trittico - prendendo in prestito quanto il Card. Ratzinger diceva nell’illustrare i 25 anni di Magistero di Giovanni Paolo II, raggruppando le sue encicliche di tre in tre -, l’Ecclesia de Eucharistia (=EDE), si pone come compimento eucaristico di quanto il Papa aveva tratteggiato nelle due Lettere Apostoliche precedenti, la Novo millennio ineunte (=NMI), che raccoglie l’eredità giubilare e la Rosarium Virginis Mariae (=RVM), coronamento mariano della Chiesa. Se il cristianesimo del nuovo millennio dovrà «distinguersi nell’arte della preghiera» (NMI, n. 32), contemplando il volto radioso di Cristo dovunque esso appaia, sarà necessario porsi alla scuola di Maria. «Non si tratta solo di imparare le cose che egli ha insegnato, ma di “imparare lui”. Ma quale maestra in questo più esperta di Maria?» (RVM, n. 14). Con lei, col suo Rosario, che altro non è che «contemplare con Maria il volto di Cristo» (RVM, n. 3), impareremo a scoprire il Maestro, impareremo a fissare il suo volto che «le appartiene a titolo speciale» (RVM, n. 10) e che rifulge di uno splendore celestiale nel sacramento del Corpo e Sangue del Signore. “Venite, prendete…” adoriamo! «La Chiesa vive del Cristo eucaristico, da Lui è nutrita, da Lui è illuminata» (EDE, n. 6). E, quasi come grido che fa eco a quell’anelito originario che sussurrò nel lontano 1978: «Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!», il Pontefice rincalza, dando espressione alla finalità del documento: «Non posso lasciar passare questo Giovedì Santo 2003 senza sostare davanti al “volto eucaristico” di Cristo, additando con nuova forza alla Chiesa la centralità dell’Eucaristia. [...] Come non sentire il bisogno di esortare tutti a farne sempre rinnovata esperienza?» (EDE, n. 7). Raccogliendo i numerosi contributi dell’«ecclesiologia eucaristica» sviluppatasi soprattutto nel secolo XX e contenuta quasi a modo di sintesi nella fortunata sentenza di Henry De Lubac: «La Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa», il nuovo documento articolato in sei capitoli, arieggia la fede della Chiesa nel suo Sposo eucaristico. Possiamo tentare di individuare il nodo centrale intorno al quale ruota il complesso dottrinale dell’Ecclesia de Eucharistia, proprio nel mysterium paschale (mistero pasquale) che è ad un tempo all’origine della Chiesa ed è ripresentato come memoriale nell’Eucaristia. «Dal mistero pasquale nasce la Chiesa. Proprio per questo l’Eucaristia, che del mistero pasquale è il sacramento per eccellenza, si pone al centro della vita ecclesiale» (EDE, n. 3). Vi è un legame interno tra il mysterium paschale e il mysterium eucharisticum. Nei giorni in cui si compiva quello vi si inscriveva questo perché ne fosse il prolungamento lungo i secoli. «Nella notte in cui veniva tradito... » (1 Cor 11,23), quella notte del Giovedì santo, il Signore istituiva il Sacramento dell’Eucaristia e anticipava in modo sacramentale quanto stava per compiersi di lì a poco: la sua passione dolorosa con l’effusione del sangue, già consacrato perché diventasse «bevanda di salvezza», la morte cruenta sul legno della Croce, supremo atto del Sacrificio sigillato nel gesto eucaristico, infine la sua risurrezione gloriosa di cui il sacramento del suo Corpo e Sangue n’è annuncio e caparra. Ogni momento del Triduum sacrum (sacro Triduo) è iscritto nell’Eucaristia. I Tre Giorni in cui culmina la Redenzione del Signore sono ripresentati nel Sacramento, non come evento del passato ma come un’oggi sempre identico che mi dona la salvezza, quella salvezza che Cristo ha conquistato una volta per sempre. Valore sacrificale della Messa L’Enciclica apre sottolineando il valore sacrificale dell’Eucaristia. Il sacrificio della Croce e il sacrificio eucaristico sono il medesimo sacrificio. Ogni celebrazione eucaristica non aggiunge qualcosa al sacrificio della Croce o lo moltiplica, soltanto lo ri-presenta, lo attualizza in quell’oggi in cui il cuore dell’uomo si apre alla salvezza. «La Messa - dice il Papa - rende presente il sacrificio della Croce, non vi si aggiunge né lo moltiplica. Quello che si ripete è la celebrazione memoriale, “l’ostensione memoriale” (memorialis demonstratio) di esso, per cui l’unico e definitivo sacrificio redentore di Cristo si rende sempre attuale nel tempo» (EDE, n. 12). In un tempo in cui la parola sacrificio suscita alquanto imbarazzo per non dire ripugnanza, da molte aree teologiche arrivavano venti con lo scopo di sminuire o diluire il valore sacrificale 5 mento dell’amore di Dio che porta «a perfezione la comunione con Dio Padre mediante l’identificazione col Figlio Unigenito per opera dello Spirito Santo» (EDE, n. 34). La Chiesa, mistero di comunione con l’Unitrino Signore e mistero di comunione tra gli uomini, ha nel sacramento dell’Eucaristia il segno che esprime tanto la comunione invisibile con Dio, quanto quella visibile tra i fratelli, nella dottrina degli apostoli, nei Sacramenti e nell’ordine gerarchico. Siamo un solo corpo noi che ci nutriamo di un solo pane. Siamo un solo corpo perché alimentati dall’unica linfa che è la «grazia». Pertanto, sarebbe una grave offesa alla comunione nella Chiesa (primariamente nella dimensione invisibile e di conseguenza in quella visibile) ammettere alla comunione eucaristica quanti «ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» (can. 915, citato in EDE, n. 37), vedi per esempio i divorziati risposati o i conviventi: significherebbe tradire il significato stesso di comunione! Rispetto e onore Un ampio spazio è dedicato dal Santo Padre a puntualizzare l’importanza del «decoro della celebrazione eucaristica». «Il convito eucaristico è davvero un convito “sacro”, in cui la semplicità dei segni nasconde l’abisso della santità di Dio» (EDE, n. 48). Gesti semplici dell’Eucaristia, per attestarsi sul mero significato di «banchetto» o «cena». Non avrebbe senso parlare di banchetto eucaristico se non in quanto che, nel contesto conviviale, si realizza una partecipazione al sacrificio redentore di Cristo. Non mi nutro di un semplice pane ma di Colui che è stato sacrificato per me. Da questo valore sacrificale, «sacrificio in senso proprio, e non solo in senso generico come se si trattasse del semplice offrirsi di Cristo quale cibo spirituale ai fedeli» (EDE, n. 13), si delineano gli altri aspetti del mistero eucaristico. Celebrando il mistero della nostra salvezza noi annunciamo anche la Risurrezione del Signore. Cristo che era stato immolato ora è vivo, è risorto e perciò mi dice: «Io sono il pane della vita» (Gv. 6,35.48). L’Eucaristia è mysterium fidei perché in quei poveri elementi che appaiono, si nasconde il Signore. Dalla celebrazione memoriale del sacrificio della Croce, ne scaturisce la presenza di Cristo nelle specie consacrate. Una presenza reale, sostanziale, in cui l’Uomo-Dio tutto intero si fa presente. Infine, «l’efficacia salvifica del sacrificio si realizza in pienezza quando ci si comunica ricevendo il corpo e il sangue del Signore» (EDE, n. 16). Qui il mistero raggiunge ogni uomo. Se ci si accosta al Signore «non col bacio di Giuda ma con l’amore e il pentimento del buon Ladrone» l’Eucaristia diventa «banchetto nuziale», il quale, mentre ci fa gustare il «pane degli angeli», ci proietta verso quella vita nuova, la vita del Risorto, che già ora sperimentiamo pregustandola. In memoria di Cristo «Ave, verum corpus natum de Maria virgine!» Il corpus verum del Signore è all’origine della Chiesa, ed esercita su di essa un influsso causale. Gli Apostoli che sono al contempo «il seme del nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia» (Ad gentes, n. 5) hanno ricevuto dal Signore il comando di perpetuare quel gesto in memoria di Lui: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19, cfr. 1 Cor 11,24-25), sin dall’inizio sono entrati in comunione sacramentale con Lui, e hanno dato vita al Popolo della nuova Alleanza, stipulata nel sangue dell’Agnello. Intimamente collegato al secondo, è il terzo capitolo: «L’Apostolicità dell’Eucaristia e della Chiesa». Se l’Eucaristia è all’origine della Chiesa in quanto consegnata agli Apostoli, seme del Nuovo Popolo, ne segue che la vera Eucaristia, quella che Cristo ha lasciato ai suoi, si distingue proprio per il carattere apostolico. Perché ci sia valida celebrazione eucaristica è indispensabile che sia il sacerdote ordinato a celebrarla e che il suo Sacerdozio, in virtù del Vescovo ordinante, sia nella linea della successione episcopale ininterrotta che risale agli Apostoli. Eucaristia rimanda al Sacerdozio, a colui cioè che in persona Christi capitis, offre il santo sacrificio. Dove mancasse il sacerdote mancherebbe anche la verità del sacrificio. Sacramento di amore e di comunione L’Eucaristia è ancora il sacra- Missio Mariae_n 29_estate_2003 6 ma pregni di gravità come traspare dal racconto dell’Ultima Cena. Siamo dinanzi ad un Sacrum convivium, mangiamo il «pane degli angeli » che «non può essere gettato ai cani», imploriamo il Signore: «Domine non suum dignus...». Sembrava, invece, secondo un certo sentore post-conciliare, quasi che la liturgia fosse diventata una proprietà privata del celebrante, in cui si poteva decidere secondo il momento o le circostanze e più era ricca quanto più diventava bizzarra! L’Ecclesia de Eucharistia, affermando quanto il Concilio non ha mai inteso dire o far intendere, colloca la fedeltà alla Liturgia della Chiesa, come fedeltà alla stessa Chiesa (cfr. EDE, n. 52). Maria SS.ma, primo “Tabernacolo eucaristico” E così, in modo davvero sorprendente, l’ultimo capitolo dell’enciclica è intermente dedicato alla Beata Vergine Maria, «donna “eucaristica” con l’intera sua vita» (EDE, n. 53) che, per il fatto che «ha esercitato la sua fede eucaristica prima ancora che l’Eucaristia fosse istituita» (EDE, n. 55), offrendo il suo grembo verginale per l’incarnazione del Verbo di Dio, può guidare ciascuno e la Chiesa intera, verso quella fede genuina nell’augustissimo Sacramento. È lei il “tabernacolo” dell’Altissimo, «il primo “tabernacolo” della storia » (EDE, n. 55), che dopo aver concepito il Figlio, lo porge all’adorazione di Elisabetta, e fa sua la dimensione sacrificale dell’Eucaristia, dall’inizio dell’incarnazione fino a quando l’offerta del Figlio culmina nel supremo atto redentivo. Lei vive «una sorta di “Eucaristia anticipata”... di desiderio e di offerta» (EDE, n. 56). Il mistico Gersone verso la fine del 1427, commentando il Magnificat esclamava: «Tu mater es Eucharistiae». I rapporti tra Maria e l’Eucaristia sono davvero inenarrabili. Maria è la madre del Verbo incarnato che prolunga la sua realtà teandrica (Dio-Uomo) nel mistero eucaristico. Maria si colloca con il suo Fiat all’origine dell’incarnazione e di conseguenza all’origine dell’Eucaristia. Perciò, alle parole di Cristo: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19), echeggeranno nell’anima di ogni fedele che devotamente si accosta all’Eucaristia, quelle parole che il Figlio pronunciò nel momento solenne del compiersi del suo sacrificio: «Ecco tua madre» (Gv 19,25). Sì, ecco la tua madre. Ecco colei che sola come maestra potrà guidarti alla contemplazione del volto eucaristico di Cristo che rifulge nella Chiesa. Con Lei risponderemo con acclamazione corale all’Enciclica di Giovanni Paolo II: «La Chiesa ama l’Eucaristia!»

P. Serafino M. Lanzetta, FI.

Su

 

 

 

750° Anniersario della morte di S. Chiara

Quest’anno ricorre il 750° anniversario della morte di Santa Chiara di Assisi; l’evento viene celebrato dal 13 aprile 2003 all’11 agosto 2004. E’ stata stabilita la data del 13 aprile, giorno della domenica delle Palme, in ricordo di quella lontana notte della domenica delle Palme del 1211, quando Chiara decise di seguire Cristo per sempre. E’ il giorno dell’”ora” del Signore, l’ora in cui Egli donò la sua vita per noi, consegnandosi volontariamente nelle mani dei carnefici. Con pari amore e ansia, Chiara corre a Santa Maria degli Angeli, dove San Francesco e i suoi frati l’aspettano e nella Porziuncola si lascia tagliare i capelli “in tondo” - “si fece condire li capelli da santo Francesco” (FF 3133) - e prende il saio a forma di croce: “le insegne della santa penitenza davanti all’altare di Santa Maria e, quasi davanti al talamo nuziale della Vergine l’umile ancella si fu sposata a Cristo” (FF 3133). Lì si dona tutta e per sempre a Cristo “povero e crocifisso” nella cui contemplazione spenderà la sua vita e in cui si specchierà per ritrovare se stessa. Santa Chiara sceglie di vivere nascosta nel chiostro-grembo di Maria, nella sempre più completa assimilazione a Lei, riproducendo nella sua vita, in perfetta sinergia con Maria, le gioie e le agonie del Suo Cuore Immacolato, continuando il Suo ufficio di vittima riparatrice. Con gli occhi di Maria contempla Gesù Bambino, Gesù Crocifisso e Gesù Eucaristia e giunge al termine della vita completamente transustanziata in Maria, la perfetta cristificata, Colei che ha “la faccia che a Cristo più s’assomiglia”, come dice l’Alighieri (Par. 32, 85-6). Nella III lettera a Santa Agnese da Praga, Santa Chiara dimostra di essere entrata pienamente nella vita di Cristo in Maria. Dopo aver invitato la Santa Agnese a salire sulla vetta incomparabile che si raggiunge soltanto perdendo se stessa in Cristo, per diventare Cristo stesso: “colloca il tuo cuore in Colui che è figura della divina sostanza e trasformati interamente, per mezzo della contemplazione, nell’immagine della divinità di Lui” (FF 2888), le suggerisce il mezzo per arrivare a questo: appartenere totalmente a Maria, come Gesù stesso, nel grembo verginale dell’Immacolata, apparteneva tutto alla Madre. “Orbene, se noi sappiamo che Gesù è stato fatto, allevato, educato e formato da Maria SS.ma, possiamo anche dire che Egli sia cresciuto “marianizzandosi” o che la “marianizzazione” sia stata la sua “cristificazione”, si sia sviluppata fino alla statura piena tramite la “marianizzazione” e con la “marianizzazione”. Certamente nessuno mai sulla terra si è potuto così “marianizzare” come Gesù” (“Tutto dell’Immacolata” di P. Stefano M. Manelli). “Stringiti alla sua dolcissima Madre, la quale generò un Figlio tale che i cieli non potevano contenere, eppure ella lo raccolse nel piccolo chiostro del suo santo seno e lo portò nel suo grembo verginale” (FF 2890). L’espressione “il chiostro del suo santo seno” ci chiarisce che ella vive a San Damiano, nel “chiostro”, ossia nel “grembo” di Maria, completamente donata a Lei, lasciando che sia Lei a formarla e a generarla. Così “il suo grembo di vergine consacrata e di ‘vergine poverella’ attaccata a ‘Cristo povero’ (FF 2878) diviene, per via di contemplazione e di trasformazione, una culla del Figlio di Dio” (lettera del Santo Padre alle claustrali clarisse scritta in occasione dell’VIII centenario della nascita di Santa Chiara). Nella Porziuncola di Santa Maria degli Angeli, Santa Chiara, attraverso la sua consacrazione, divenne nell’Immacolata e attraverso l’Immacolata, “sorella, sposa e madre del Figlio dell’Altissimo Padre e della gloriosa Vergine” (FF 2866), divenendo “impronta della Madre di Dio” (FF 3153), “Matris Christi vestigium” (FF 3153, nota 4). Santa Chiara sottolinea l’umiltà e la povertà come virtù che assimilano completamente alla Santa Vergine Maria, permettendo di portare spiritualmente il Figlio di Dio nel corpo casto e verginale (cfr. FF 2893). L’attualità della nostra Santa Madre è davvero sorprendente: più di 750 anni fa lei già viveva praticamente e integralmente la marianità, così come oggi è contenuta nella spiritualità delle Clarisse dell’Immacolata. Di quanti secoli ci ha precedute! Il cammino di santità della Serafica Madre è talmente attuale da far dire al Santo Padre Giovanni Paolo II: “Nella nostra epoca è necessario ripetere la scoperta di Santa Chiara, perché è importante per la vita della Chiesa… E’ necessaria la riscoperta di quel carisma, di quella vocazione, ci vuole la riscoperta della legenda divina di Francesco e di Chiara” (cfr. L’Osservatore Romano, 14-3- 82: Giovanni Paolo II Assisi, Protomonastero). Si tratta di vivere il Vangelo come l’ha vissuto Maria, partecipando attivamente ai misteri del Verbo incarnato-crocifisso- risorto, nella totale appartenenza a Lui. Vale la pena approfondire questo discorso, e l’occasione che offre il Centenario clariano è propizia per tutti coloro che fanno parte della famiglia francescana e vogliono riscoprire la fragranza del Vangelo vissuto sull’esempio della Madre Immacolata. “La celebrazione di una simile creatura davvero evangelica vuole essere soprattutto un invito alla riscoperta della contemplazione… Leggere la sua antica biografia e i suoi scritti… significa immergersi talmente nel mistero di Dio Uno e Trino e di Cristo, Verbo incarnato, da restarne come abbagliati” (Lettera del Santo Padre alle claustrali clarisse scritta in occasione dell’VIII centenario della nascita di Santa Chiara).

 

Una Clarissa dell’Immacolata

Su

 

 

A servizio dell’Immacolata nelle scienze cattoliche

Il Seminario Teologico “Immacolata Mediatrice” ha appena compiuto il suo quinto anno di attività. Da quando sono cominciati i corsi regolari del ciclo istituzionale, nell’anno accademico 1998-1999, si sono formati, nelle aule dello STIM, alcune decine di novelli sacerdoti. Molti di questi sono già all’opera nelle nostre missioni, altri in Italia, altri stanno concludendo la loro specializzazione nelle Università Pontificie Romane. Il prossimo anno gli studenti saranno circa 40. Il gruppo di docenti è costituito da frati e suore licenziati e laureati nelle varie facoltà pontificie e università statali: 1. P. Stefano M. Manelli: dottore in Sacra Teologia alla Pontifica Facoltà San Bonaventura, Roma. Ministro Generale dei Francescani dell’Immacolata e Rettore dello STIM; 2. P. Gabriele M. Pellettieri: licenza in Sacra Teologia alla Pontificia Facoltà. Vicario Generale dei Francescani dell’Immacolata; 3. P. Pier Damiano Fehlner: dottore in Sacra Teologia alla Pontificia Facoltà San Bonaventura, Roma, Decano dei teologi dei Francescani dell’Immacolata; 4. P. Alessandro M. Apollonio: dottore in Filosofia alla P. U. Santa Croce di Roma e in Sacra Teologia alla Pontificia Facoltà Marianum, Roma. Preside dello STIM; 5. P. Settimio M. Manelli: dottore in Teologia Biblica alla P. U. Urbaniana di Roma; 6. P. Paolo M. Siano: Dottore in Storia Ecclesiastica alla P. U. Gregoriana, Roma; 7. P. Giovanni M. Severini: licenza in Filosofia alla P. U. Santa Croce di Roma, e in Missiologia alla P. U. Urbaniana di Roma; 8. P. Massimiliano M. Zangheratti: licenza in Teologia morale alla Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale, sezione San Luigi di Napoli; 9. P. Berardo M. Moso: licenza in Diritto Canonico alla P.U. Santa Croce di Roma; 10. P. Rosario M. Sammarco: licenza in Sacra Teologia alla P. U. Santa Croce di Roma; 11. Madre M. Francesca Perillo: laurea in Scienze bancarie all’Università di Siena e in Sacra Teologia all’Università Cattolica di Beato Giovanni Duns Scoto Lugano (Svizzera). Madre Generale delle Suore Francescane dell’Immacolata; 12. Madre M. Pia D’Anselmo: laurea in Psicologia all’Università di Padova; 13. Madre M. Michela Cozzolino: laurea in Pedagogia all’Università di Napoli; 14. Madre M. Massimiliana Prassino: laurea in Giurisprudenza e Diritto Canonico alla P. U. Santa Croce, Roma; 15. Sr Cecilia M. Manelli: diplomata in pianoforte, organo e composizione principale. I Patroni particolari dello STIM sono due dottori francescani: san Bonaventura da Bagnoregio (1274) ed il beato Giovanni Duns Scoto (1308). In modo particolare, del beato Giovanni Duns Scoto è curato lo studio del pensiero filosofico e teologico, perché egli è, per eccellenza, il Dottore dell’Immacolata, dunque autentico Francescano dell’Immacolata ante litteram. Il rigore logico del suo pensiero, unito allo slancio amoroso verso Dio e la sua immacolata Madre, hanno fatto di lui un teologo prodigioso per la qualità e quantità dei suoi scritti. L’Immacolata gli donò un acume intellettuale originale, penetrante e integralmente cattolico, con il quale egli ha indagato il mistero di Dio, ed ha proposto una mirabile sintesi tra il platonismo agostiniano e l’aristotelismo tomista. La sua attualità è stata affermata da Paolo VI nella lettera apostolica Alma Parens e, più recentemente, da Giovanni Paolo II, nella lettera al Ministro Generale dei Frati Minori (16 febbraio 2002). La riscoperta del pensiero del beato Giovanni Duns Scoto giova grandemente alla filosofia cristiana e alla teologia cattolica; colpite dall’erosione critica del pensiero debole, necessitano entrambe di un vigoroso antidoto, qual è la filosofia e la teologia del Dottor Sottile. Lo STIM produce una rivista specializzata di mariologia, quadrimestrale, dal titolo Immaculata Mediatrix. Vi scrivono i professori interni, ma vi sono anche contributi di teologi esterni, italiani ed esteri. Alcun articoli hanno suscitato, all’interno dell’ambiente mariologi- co accademico, un certo dibattito, che possiamo considerare salutare. Infatti, quando mancasse tale sano pluralismo nel campo delle opinioni teologiche, a motivo di un’eccessiva predominanza di una “scuola” sulle altre, comincia il pericolo di un malsano monopolio accademico, che tende a sostituire l’autorità del Magistero, con conseguente atrofia della speculazione intellettuale, cui fanno seguito, a loro volta esiti di tipo fideistico. Dal 2000, lo STIM, in collaborazione col gruppo A Day With Mary - MIM di Londra, organizza annualmente un Simposio mariologico internazionale sulla corredenzione mariana. Che l’Immacolata ed i nostri santi Patroni benedicano tutti gli studenti, affinché negli anni di formazione nello STIM, si producano in essi i lineamenti morali del Cristo Sommo Sacerdote e Buon Pastore, per intercessione della Santissima Vergine Maria. ¦

 

P. Alessandro M. Apollonio, FI.

Su

 

Aiutateci ad aiutare

Il Gigante... malato La Nigeria è uno dei “giganti” dell’Africa. Gigante in molti sensi: geografico, con una superficie territoriale che equivale a circa tre volte quella dell’Italia, suddivisa in 36 stati federali; demografico, con una popolazione che oltrepassa i 130 milioni di abitanti; è un gigante, inoltre, per la ricchezza di risorse del sottosuolo (il petrolio, “oro nero” abbonda nelle regioni dell’est del Paese) come pure del terreno, che è fertile tanto da permettere la coltivazione non solo di prodotti tipici del clima tropicale, ma anche di alcuni che necessitano del clima continentale. Secondo studi recenti, se la Nigeria sviluppasse al meglio le sue immense potenzialità, potrebbe essere il bread basket (letteralmente “il cestino del pane”, ossia una fonte di sostentamento) di tutta l’Africa. Da non sottovalutare, inoltre, le caratteristiche umane della popolazione: anche i meno istruiti sono dotati, per la maggior parte, di intelligenza viva e di una quasi illimitata capacità di adattamento. Va detto subito, però, che in Nigeria anche i problemi sono anch’essi giganteschi. A causa della corruzione a tutti i livelli, specialmente quello governativo, immensi capitali -che andrebbero impiegati per il bene pubblico- vengono dirottati verso pochi privati: i ricchi diventano sempre più ricchi, mentre i poveri diventano sempre di più e sempre più poveri. Paradossalmente, è normale che qui, in un paese produttore di petrolio, per mesi interi sia letteralmente impossibile comprare una goccia di carburante – a meno che non si sia disposti a pagare i prezzi esorbitanti del mercato nero. Si fanno file di giorni per poter avere un poco di carburante per l’auto e per il generatore. Già, perché la luce dall’Ente nazionale non c’è mai... Per ciò che riguarda le telecomunicazioni, a cominciare dal più ordinario telefono, la Nigeria occupa l’ultimo posto in Africa: si pensi che gli impiegati stessi della società nazionale dei telefoni rubano i cavi (sic) o subaffittano la linea telefonica ad un secondo cliente, la cui bolletta è pagata dal titolare della linea! Resa instabile da una serie di sanguinose quanto deleterie dittature militari, la Nigeria è appena uscita, nel giugno di quest’anno dalle prime elezioni governative (presidenziali e rappresentative) svoltesi in modo pacifico. La classe politica, tuttavia, non sembra in grado di dare all’andamento economico e sociale del Paese una svolta decisiva per il meglio. Le immense risorse umane, naturalmente, non vengono sfruttate in modo più produttivo: centinaia di migliaia sono i bambini e i giovani che non possono andare a scuola per mancanza di soldi. Invece, non si contano i bambini, spesso ancora piccolissimi, che vendono povera merce per strada, portandola in un cesto tenuto in equilibrio sulla testa, o che elemosinano agli incroci e sotto i ponti. 13 Il popolo È, secondo alcuni, la vera, più grande ricchezza della Nigeria, non solo per il numero, ma anche per le potenzialità positive che lo caratterizzano. I 130 milioni di nigeriani sono frammentati in un numero imprecisato di etnie, suddivise al loro interno in gruppi linguistici minori: in Nigeria si parlano circa 350 lingue diverse. Non c’è da meravigliarsi, dunque, se lo sviluppo sociale ed economico è rallentato dalle incessanti ostilità tribali. I gruppi principali sono quelli degli Hausa (stati del nord), per la maggioranza mussulmani, degli Igbo (stati dell’est), quasi tutti cattolici, e degli Yoruba (stati del centro e del sud), prevalentemente mussulmani. Il gruppo etnico più numeroso della Nigeria è costituito dagli Hausa, dediti in parte alla pastorizia, in parte all’agricoltura. Gli Igbo si distinguono per l’intraprendenza e l’abilità nelle attività commerciali, nonché per l’interesse alla preparazione culturale e accademica. Gli Yoruba si dedicano per lo più all’agricoltura, all’artigianato e al commercio. Si distinguono, inoltre, per le produzioni artistiche in materiali diversi, dalla scultura in avorio e in legno alla lavorazione del ferro, del cuoio e di tessuti pregiati. Il tasso di analfabetismo in Nigeria è del 40%. La religione Una caratteristica del popolo nigeriano è lo spiccato senso religioso - anch’esso, purtroppo, mal diretto e strumentalizzato per fini tutt’altro che religiosi. I mussulmani sono la metà della popolazione, mentre i cristiani (di innumerevoli denominazioni) sono il 40%, di cui il 12% è costituito da cattolici. Il rimanente è dedito ai culti tradizionali, principalmente animisti e feticisti. Fino ad epoca recente le varie religioni convivevano pacificamente in tutta la Nigeria. Negli ultimi anni, tuttavia, negli stati del nord alcuni gruppi di estremisti mussulmani hanno preso il sopravvento sulla scena politica, imponendo l’applicazione indiscriminata della shariah, ossia della legge islamica integrale, anche alla popolazione di religione cristiana. I notiziari internazionali hanno registrato i sanguinosi eventi occorsi nei mesi scorsi proprio in questi stati del nord della Nigeria. Al di là di quanto si dice ufficialmente, qui tutti sanno che la vera causa delle stragi non è religiosa per sé, ma politica: si tratterebbe piuttosto di manovre mirate a destabilizzare l’autorità vigente o l’economia. In fondo, tutto si riduce alla corsa sfrenata al potere e all’avere, a qualsiasi costo ciò si possa raggiungere. Le “zone critiche” delle sommosse a sfondo religioso sono principalmente quelle del nord del Paese, dove la popolazione è prevalentemente mussulmana. Infatti, mentre l’est della Nigeria è quasi totalmente cattolico, gli stati del sud ovest vedono la convivenza pacifica di islam, cristianesimo e religioni tradizionali. La condizione della donna I nomi di Safya ed Amya, due nigeriane degli stati del nord della Nigeria, hanno varcato i confini nazionali, purtroppo in relazione ad eventi che non fanno certo onore alla loro patria. Va detto subito che il problema della condizione della donna in Nigeria è quanto mai complesso e delicato. Gli elementi da considerare sono le tradizioni ancestrali, la religione, la classe sociale e il livello culturale. Di norma, come del resto in altri continenti, il maschio è privilegiato rispetto alla femmina, la quale non ha parte alla divisione dell’eredità paterna. Ciò vale per gli Yoruba e gli Hausa, mentre per gli Igbo la prima figlia femmina ha un posto privilegiato rispetto agli altri figli. In tutti i gruppi etnici la donna controlla gran parte del complesso sistema del mercato: di fatto l’importanza della donna dipende più dalla sua propria posizione nel mercato che dalla posizione del marito. In generale la mentalità comune non è a favore dello sviluppo culturale della donna perché, si dice, la sua scienza “va a finire nella pentola del pranzo”: è quindi uno spreco far studiare una donna. Molto dipende anche dal sostrato religioso. Nella mentalità islamica, infatti, la donna non è considerata un essere umano al pari dell’uomo; addirittura, non avrebbe neppure un’anima. Presso i cristiani, invece, il rispetto della dignità della donna è maggiore. C’è da dire, tuttavia, che in persone di livello culturale più elevato i problemi di questo genere quasi non sussistono, e la donna gode di un rispetto almeno pari a quello dell’uomo, indipendentemente dalle credenze religiose. Nonostante tutto, però, le donne oggigiorno sono presenti nella vita politica, sociale ed economica del Paese, occupando anche ruoli di autorità in vari campi amministrativi ed imprenditoriali. La Missione dell’Immacolata in Nigeria Le nostre missioni di Francescani dell’Immacolata si trovano negli stati di Lagos e Ogun, situati nel sud ovest della Nigeria, non lontano dal confine con il Benin. Siamo nella Yorubaland, la terra degli Yoruba, popolo che nel secolo XVII dominava gran parte dei territori dell’attuale Nigeria occidentale e centrale. I Frati Francescani dell’Immacolata sono giunti in Nigeria, ad Ijebu-Igbo, in Ogun State, nel 1997, mentre le Suore Francescane dell’Immacolata hanno aperto la prima missione, nello stesso paese, nel novembre del 1999. Dall’agosto 2001 le Suore hanno aperto una comunità anche a Lagos, nello stato omonimo, ex capitale della Nigeria e metropoli dai mille aspetti, che conta oltre 10 milioni di abitanti. Ijebu-Igbo La Missione delle Suore ad Ijebu è nata proprio nella povertà più francescana. Un gruppetto di Suore arrivò dal Benin, dopo un avventuroso viaggio di una giornata intera, in questo villaggio sulle colline dell’entroterra nigeriano. Senza luce, senza acqua, con poco da mangiare, con la malaria addosso, sistemate alla meno peggio in stanzette cadenti che a malapena si chiudevano... Fu un inizio da perfetta letizia, presagio di benedizioni future perché segnato dalla croce. L’abitazione dataci in uso dal Vescovo diocesano era, prima dell’avvento della dittatura militare, una scuola elementare costruita dalla Società delle Missioni Africane. Dopo lunghi anni di abbandono, si presentava come una dimora veramente povera, adatta a noi francescani. Le suore si sono dunque messe all’opera per rendere la povertà decorosa, pur custodendo la semplicità del luogo. Il lebbrosario Il Vescovo affidò alle suore la cura del Lebbrosario, situato a poca distanza dal Convento. Il Lebbrosario consiste in un gruppo di piccoli edifici a piano terra, quasi un villaggio, circondato dalla foresta. Al nostro arrivo la condizione generale dei malati e delle strutture era davvero penosa. Non c’era neanche un pozzo per l’acqua, né tanto meno esistevano i servizi igienici. Noi dedicammo subito il villaggio a San Giuseppe (St Joseph’s Centre), il quale ha continuamente provveduto alle necessità dei suoi protetti. I malati di lebbra sono circa 40, tutti adulti. Con essi, però, vivevano anche i numerosi figli, 39 bambini – tutti sani, almeno finora. La lebbra, in termini medici nota come morbo di Hansen, è un male misterioso fino ad oggi. Sebbene si sia in grado, con terapie adeguate, di arrestare e debellare il male, specie nelle sue fasi iniziali, non si hanno certezze circa i modi del contagio né esiste un vaccino. Il nostro compito, al lebbrosario, è soprattutto quello di fornire il nutrimento per lo spirito e per il corpo: per lo spirito, con lezioni di catechismo tre volte alla settimana, e per il corpo, con la distribuzione regolare di riso e fagioli per tutti. Quando qualche malato ha bisogno di cure mediche più specifiche, procuriamo l’assistenza necessaria. Negli ultimi due anni grazie all’aiuto di benefattori, italiani e nigeriani, è stato costruito un pozzo che fornisce acqua potabile a tutto il villaggio; sono state installate le condutture dell’acqua per ogni edificio e costruite le docce; abbiamo acquistato un generatore, necessario, oltre che per l’illuminazione, per permettere il funzionamento della pompa dell’acqua, ed un pulmino per il trasporto degli approvvigionamenti. Da un anno, inoltre, abbiamo iniziato a mandare i bambini in età scolare in collegi cattolici, ove ricevono una buona educazione e, al contempo, sono protetti dal rischio di contagio. Questa scelta è parsa il modo più efficace di offrire ai figli dei lebbrosi la possibilità di costruirsi un futuro dignitoso, perché la cultura significa possibilità di trovare un impiego più redditizio e, di conseguenza, di migliorare il tenore di vita. Speriamo che la Provvidenza continui ad aiutarci, cosicché si possa continuare quest’opera di misericordia non solo corporale, ma anche spirituale. Siamo grati a tutti coloro che, in Italia, partecipano all’iniziativa delle adozioni spirituali. Vorrei dire a tutti costoro che il loro sacrificio vuol dire non solo il futuro, ma la vita stessa per molti di questi bambini. Grazie, dunque, e che il Signore vi dia la grazia di fare sempre di più, perché in questi piccoli c’è Lui. Ciò che colpisce maggiormente, quando si visita St Joseph’s Centre, è la gioia che si irradia dai volti, sia pure sfigurati e sofferenti, dei malati. All’arrivo di visitatori, si radunano tutti al suono del gong e cantano, danzano, battendo i moncherini delle mani e movendosi sui piedi -fasciati perché coperti di piaghe- e sorridono. Quando iniziammo il nostro lavoro con loro, alcuni, vedendo la costanza con cui ci recavamo a trovarli, espressero la loro meraviglia: “Perché non ci fuggite, come tanti altri? Ma è proprio vero che ci volete bene, allora?” Quando siamo arrivate c’erano solo cinque o sei cattolici, a St Joseph’s Centre; ora, dopo tre anni, solo cinque o sei non sono cattolici... All’Immacolata l’onore e la gloria. Missio Mariae_n 29_estate_2003 14 Da poche settimane abbiamo dato inizio ai lavori di ristrutturazione degli edifici del villaggio. Il progetto dei lavori comprende anche la costruzione di bagni e l’edificazione del muro di cinta. Che la Provvidenza trovi validi collaboratori anche tra coloro che leggono queste righe! Il carcere Oltre all’attività per il lebbrosario le suore compiono un’altra opera di carità: le visite regolari al carcere di Ijebu-Ode. In Nigeria il governo non provvede né al vitto né ad altre necessità dei detenuti. Coloro che hanno la famiglia, devono ricevere da essa il sostentamento; coloro che non l’hanno, dipendono interamente dalla carità di volontari. Pertanto ogni mese le suore si recano al carcere e, dopo aver recitato il rosario, al quale partecipano tutti indistintamente, fanno una breve riflessione spirituale inframmezzata da canti. Dopo di ciò, distribuiscono abbondanti razioni di cibo e, quando ne hanno, anche indumenti o articoli di prima necessità. Sono frequenti le conversioni, specie al cattolicesimo. Il Santuario della Madonna del Rosario Nel dicembre del 2000 il vescovo di Ijebu-Ode, con la presenza del nostro amato Fondatore, P. Gabriele M. Pellettieri, ha compiuto la dedicazione del Santuario della Madonna del Santo Rosario, situato nel Centro Pastorale che ospita i conventi dei Frati e delle Suore. È un Santuario-miracolo, costruito elemosinando i materiali e i fondi qui in Nigeria, grazie allo zelo e la fede indomita di Madre Maria Massimiliana Prassino, Superiora della Missione delle Suore. La coraggiosa Madre non ha badato a sacrifici per realizzare questo tempio mariano, luogo di grazia e di benedizione: non si contano i viaggi fatti a Lagos con mezzi di trasporto poco sicuri e senza avere un tetto ove ripararsi, per elemosinare cemento, mattoni, ferro, vernice, manodopera... Citiamo uno dei tanti fioretti di cui fu costellato il periodo della costruzione del Santuario. Gli altri, potremo contemplarli in cielo nel loro fresco splendore. Durante i lavori sopraggiunse una crisi del cemento: non se ne trovava, e se c’era, era costosissimo. La Madre si recò a Lagos. Le fu dato il nome del proprietario di una fabbrica di cemento, ma...era un mussulmano. Niente paura, l’Immacolata apre tutti i cuori, se abbiamo fede! Ebbene, non appena la Madre fece la sua richiesta, il mussulmano le firmò una lettera con cui donava, completamente gratis, seicento sacchi di cemento per la costruzione del Santuario della Vergine Maria. Fioretti degni davvero di San Francesco! Lagos Lagos è la New York dei nigeriani. Metropoli internazionale, conta oltre 10 milioni di abitanti. Praticamente tutti igruppi etnici della Nigeria vi sono presenti; inoltre, sono migliaia gli europei, americani e asiatici che vi risiedono. Sede di società internazionali, vi si coglie al primo sguardo il contrasto stridente tra grattacieli e palafitte. Dal punto di vista religioso, Lagos è un punto di riferimento per tutta la Nigeria. L’Arcivescovo regnante, Monsignor Anthony Okogie, ha celebrato nel giugno di quest’anno il 30 anniversario di insediamento come arcivescovo metropolita di Lagos. Personalità che ha suscitato pareri contrastanti, ma che ha saputo reggere e portare avanti una diocesi dai problemi complessi in situazioni politiche di estrema difficoltà. La chiesa locale è viva ed attiva, quasi tutt’uno con il tessuto della vita quotidiana della gente. Qui abbiamo potuto fare un’esperienza davvero cosmopolita, o, meglio, cattolica nel senso stretto della parola, avendo la possibilità di collaborare non solo con la chiesa nigeriana, ma anche con la comunità italiana e quella libanese, di rito maronita. E, ancora una volta, dobbiamo riconoscere che il carisma francescano-mariano che portiamo nel cuore e nella vita è speranza e segno per una Chiesa santa ed immacolata. Radio Good Counsel Il motivo principale che ci ha portate a Lagos è stata l’ispirazione dei nostri Fondatori di impiantare una stazione radio con trasmissioni in lingua inglese, per portare il messaggio evangelico non solo alla Nigeria, ma a tutta l’Africa anglofona. Anche a voler coprire la sola città di Lagos, si raggiungerebbero circa 10 milioni di persone, vale a dire quasi il doppio della popolazione complessiva del Benin. Gli ostacoli alla realizzazione di tale progetto parrebbero umanamente insormontabili. Anzitutto, la Costituzione della Repubblica Federale della Nigeria proibisce a qualsiasi ente religioso di essere titolare di una licenza per radio o televisione; in secondo luogo, fino ad ora le normative del Codice delle Teletrasmissioni non prevede se non radio puramente commerciali. Non esiste, in parole povere, la “radio comunitaria”, senza fini lucrativi. Secondo le prescrizioni costituzionali sarebbe irrealizzabile, dunque, l’idea di una radio esclusivamente religiosa, tenuta da religiosi. In ultimo, la comunità non ha ancora trovato una sistemazione permanente ove impiantare abitazione ed opere apostoliche in maniera più stabile. L’Immacolata ci sta guidando, passo dopo passo, secondo i suoi modi e i suoi tempi, risolvendo difficoltà più grosse di noi. Siamo convinte che questa opera dovrà fare molto del bene, perché gli ostacoli sono numerosi e...ponderosi. Per ovviare al problema del titolare della licenza governativa, abbiamo dovuto costituire un Trust, ossia una società senza scopi di lucro, con fini educativi, e caritativi. L’Associazione si chiama “Buon Consiglio”, in inglese The Good Counsel. Tale Associazione, non religiosa, senza scopo di lucro, non politica e non governativa (sì, abbiamo dovuto chiarire tutto questo!) si propone come titolare della Licenza di trasmissione. La Celeste Tessitrice, poi, sta “tirando le fila” piano piano, ed è commovente vedere come prepara le sue opere nel silenzio, cosicché tutto concorra al bene delle anime. Infatti, proprio quando abbiamo presentato la nostra richiesta, a livello del governo federale era in atto la discussione sulle radio comunitarie. Come risultato, si è dato l’avvio alla preparazione della legislazione che permetterà la liberalizzazione delle onde. Al momento attuale la legislazione in questione ha superato il primo grado di approvazione. Le elezioni governative dello scorso aprile, con i successivi assestamenti del personale amministrativo, hanno arrestato temporaneamente il processo. Sembra proprio che occorra tanta, tanta preghiera affinché questo progetto dell’Immacolata divenga realtà. Data la sensibilità religiosa dei nigeriani, le radio comunitarie, poste in mani sbagliate, potrebbero trasformarsi in strumenti pericolosi e dannosi per il controllo delle masse. Nel frattempo, tuttavia, noi abbiamo cercato di fare la nostra parte. Grazie alla carità di molti, in Italia e in Nigeria, abbiamo preparato gli studi della futura Radio Good Counsel, Radio Buon Consiglio. Padre Aloysius ha lavorato instancabilmente per mesi all’installazione delle apparecchiature, ed il risultato è uno studio di qualità competitiva. In attesa della licenza, abbiamo iniziato a preparare i programmi, cosa niente affatto facile, date le circostanze. Non potendo presentarci come radio confessionale religiosa, abbiamo dovuto scegliere la forma della radio educativoformativa. I nostri programmi, dunque, spazieranno su tutti i campi della formazione umana: dalla lingua inglese alla salute, con consigli pratici di prevenzione e di cura; dall’economia, con suggerimenti per i piccoli commercianti, ai programmi per i giovani; dall’economia domestica, per aiutare le mamme con poche risorse, all’agricoltura; e così via. I programmi strettamente religiosi ci saranno, naturalmente, ma solo entro i limiti permessi dalla legge: il 10% del tempo totale di trasmissione, dunque. Ad ogni modo, stiamo scegliendo con cura l’équipe dei nostri collaboratori specializzati, in modo che tutto abbia Cristo e Maria come centro e come fine. Nella luce di Gesù, tutto può essere strumento per santificarci e santificare; del resto, il Salvatore per primo è venuto a Missio Mariae_n 29_estate_2003 16 guarire gli infermi, dare la vista ai ciechi, nutrire gli affamati... Un’altra intenzione di preghiera riguarda la sistemazione più permanente della comunità. Potremo restare nella casa che ora abitiamo solo fino a metà agosto, dopodiché solo una parte della comunità può spostarsi nella casa ove sono situati gli studi, per ragioni di spazio e di prudenza. Anche questa casa, però, è solo in uso temporaneo. Chiediamo dunque all’Immacolata che ci mostri qual’è la portiuncula che Lei ha scelto come sua proprietà, come sua dimora. Aiutateci a pregare! L’isola nella laguna No, non è il titolo di un romanzo, ma uno dei luoghi dove l’Immacolata ha voluto essere presente tramite noi, suoi poveri strumenti. Lagos sorge sulla laguna (donde l’etimologia del nome) prospiciente il Golfo di Benin. Molti degli isolotti sabbiosi, dispersi qua e là, sono stati scelti a dimora da colonie di profughi provenienti dal Benin, all’epoca della guerra civile nell’allora Dahomey. La Provvidenza ci ha condotte anche laggiù: cariche di pacchi, anzi, di sacchi di provvidenza, elemosinata da benefattori vari, ci issiamo su delle barche a motore e...via, verso le nostre isole. Ce n’è una in particolare, chiamata Bishopkodjie, in onore dell’Arcivescovo, ove ci rechiamo costantemente. Questa, come le altre, è una distesa di sabbia ove non cresce nulla, senza luce né acqua potabile. La miseria che vi regna è indescrivibile. Con l’aiuto di benefattori libanesi, ora circa trecento bambini vanno a scuola, e si prospetta l’apertura di una clinica gratuita nei prossimi mesi. Quando ci rechiamo a trovarli, anche i non cattolici partecipano alla messa e alla recita del rosario. Le vocazioni L’Immacolata ha benedetto la sua Missione in Nigeria con le vocazioni. Attualmente abbiamo otto postulanti e quattro aspiranti. La maggior parte delle giovani sono originarie dell’est cattolico, appartenenti alle tribù degli Igbo; ma ce ne sono anche dalla fascia centrale e dal sud, raramente dalla Yorubaland. In generale qui la vita consacrata è difficilmente compresa, perché nella mentalità africana non avere progenie è un disonore. Tuttavia la testimonianza fedele e la coerenza dei consacrati sono altamente rispettati da tutti, cristiani e non. È necessario un discernimento illuminato delle vocazioni, perché il convento non sia preso per un rifugio o un rimedio alla povertà così comune. La nostra vita comunitaria non è affatto confortevole, ma per chi non sa se e cosa mangerà oggi né dove dormirà stanotte, anche i nostri pasti francescani e il nostro letto di tavola può rappresentare una sicurezza. D’altro canto bisogna fare attenzione a chi entra in convento non per seguire Gesù, ma con la speranza di poter conseguire un titolo di studio o una qualifica professionale: questa è l’insidia di molti istituti dedicati alle scuole o agli ospedali. In questo senso, le giovani che aspirano a vivere la nostra vita sono messe subito di fronte alla realtà della vita consacrata come perfetta immolazione di sé e abbandono illimitato nelle mani dell’Immacolata. C’è da sperare che anche qui in Nigeria le vocazioni fioriscano, perché qui, più che mai, “la mèsse è molta”. La povertà Come vivere di elemosina in un paese sottosviluppato, dove la maggioranza della popolazione è estremamente povera? Com’è visto, dalla gente del luogo, il nostro atteggiamento di questuanti? Rispondiamo in base all’esperienza di questi anni: qui in Nigeria, è possibile vivere di elemosina, perché la ricchezza esiste, pur se mal distribuita. La Provvidenza esiste ovunque. La nostra testimonianza di questua, soprattutto quando noi missionari chiediamo ai nigeriani, provoca alla riflessione e muove i cuori. Soprattutto quando vedono che noi suore rimaniamo sempre effettivamente povere, che non cerchiamo comforts, che facciamo parte del nostro surplus a chi è più bisognoso, tutti indistintamente si aprono alla generosità più sorprendente. È sempre vero che l’umiltà apre il cuore non solo di Dio, ma anche degli uomini. Un esempio soltanto. La verdura è un genere alimentare di lusso, riservato ai “bianchi ricchi”, e quindi non compare spesso sulla nostra tavola. Un giorno una consorella, passando davanti ad un rivenditore di verdura, chiese umilmente la carità per amore di Dio. Il buonuomo era un mussulmano. Di buon grado diede alla suora della verdura, invitandola a tornare. Da quel giorno, almeno una volta alla settimana Alhaji (che è un titolo di rispetto conferito ai mussulmani) ci provvede con buste piene di verdura e di frutta. Quando, per avventura, le suore non possono recarsi al suo banco, si preoccupa seriamente perché, ci disse una volta, “Voi siete la benedizione di Dio, e più do a voi, più Iddio mi benedice mandandomi numerosi clienti. Perciò, venite!” Sia lode all’Immacolata, sempre. Guardando avanti “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, e Santo è il suo nome”: il canto profetico della Vergine Immacolata risuona anche qui, in Nigeria, ove Ella vive tra noi e in noi. La ristrutturazione del lebbrosario; l’attivazione della Radio Good Counsel; la sistemazione permanente a Lagos; la costruzione della Città dell’Immacolata a Sagamu, la cura delle vocazioni, e tante, tante altre opere, sono tutte nel Cuore dell’Immacolata e devono diventare realtà con il nostro sacrificio e la nostra dedizione quotidiana. Aiutateci a pregare affinché noi missionari siamo sempre generosi e fedeli nella testimonianza di vita e nell’impegno apostolico; aiutateci, però, anche materialmente ad edificare il Regno di Dio, ad aiutare i più poveri. Ed il Padre nostro, che vede nel segreto, saprà come ricompensarvi. Grazie di tutto a tutti. Sempre uniti nel Cuore dell’Immacolata! 

Sr. M. Stefania Manelli, FI.

Su

 

L’ultimo sorriso di Fra John Joseph

La morte di fra Giovangiuseppe, avvenuta lo scorso 10 aprile fa pensare automaticamente alla risposta che S. Domenico Savio diede ai suoi compagni quando questi gli chiesero che cosa avrebbe fatto se un angelo durante la ricreazione gli avesse detto che sarebbe morto in quello stesso giorno. Il santo giovane rispose che avrebbe continuato a giocare perché quella era la Volontà di Dio. La morte del nostro carissimo confratello alla giovane età di 32 anni per un attacco cardiaco subìto durante una partita di calcio avrà così abbracciato fra Giovangiuseppe: in un atteggiamento di totale donazione alla Volontà di Dio. Egli, filippino di origine si era subito distinto per la sua semplicità di fratello religioso, per la sua laboriosità ma soprattutto per la sua ilarità e a tal proposito coloro che sono stati suoi amici di noviziato, fin dal 1988-89, difficilmente dimenticano il suo modo di ridere buffo che impegnava non solo la bocca ma anche il torace e le spalle, rendendolo così spesso oggetto di scherzi e divertimenti per gli altri a cui lui umilmente si sottometteva senza per nulla risentirsene. Non fu mai visto arrabbiato per qualcosa forse perché, come dice un confratello, era un tipico “taga-Taytay” (Taytay si trova nella provincia filippina di Rizal di cui il nostro frate era originario). Aveva uno spirito sommesso ed eseguiva qualsiasi istruzione senza discussioni e silenziosamente. L’amore verso il carisma francescanomariano, proprio del nostro Istituto, lo dimostrò in occasione delle numerose turbolenze a Casa Mariana in Filippine nel delicato periodo della separazione dai frati Conventuali. “Lei decide“, così si esprimeva fra Giovangiuseppe in quei difficili momenti che terminarono con il riconoscimento dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata a diritto diocesano (22 Giugno 1990). Una morte quindi inaspettata quella del 10 Aprile; una morte di cui tutti rimasero confusi e stupiti eccetto lui: Jerry Borja, come si chiamava al secolo. Si era preparato infatti con una conferenza tenuta in occasione del ritiro mensile della comunità, alcuni giorni prima, proprio sul tema “apparecchio alla morte” di S. Alfonso M. De Liguori. Ci sembra poi di vedere una preparazione remota anche nella grande devozione che aveva verso S. Giuseppe, patrono speciale della ”buona morte”, per il quale si era addirittura impegnato a comporre un libro contenente un insieme di preghiere al Patrono della Chiesa universale. Alla grande pietà univa poi anche uno spirito di sacrificio non comune; qualche esempio: non riposava il pomeriggio, in cucina si destreggiava da ormai dieci anni e con una riuscita degna di un esperto cuoco, visitava poi gli ammalati e gli anziani ogni domenica pomeriggio per due ore senza badare a stanchezze e difficoltà pur di portare una parola di conforto; in più si recava a visitare gli ammalati senza usare alcun mezzo di trasporto, motivato profondamente dal fatto che anche questa sarebbe stata un’occasione di “fare purgatorio”, come lui stesso si esprimeva. Insomma sembrava il frate che aveva il compito di facilitare tutto e tutti, in comunità e con la gente. La fama che si era acquistato quale assistente del parroco (che era allora Padre Alfonso Salazar), lo dimostra la folla di persone accorse al suo funerale il 15 Aprile, giovedì santo, S. Messa presieduta da S.E. Mons. Albert Fasina, Vescovo della diocesi di Ijebu-Ode. L’ascendente e il rispetto che suscitava lo notiamo però anche quella volta che si trovò a dirimere una lite fra due coniugi, la quale terminò proprio per le parole del frate che ricordò loro la promessa del vincolo matrimoniale fatta davanti a Dio. Hanno beneficiato dell’opera apostolica di fra Giovangiuseppe anche la Legione di Maria, da lui riformata, e anche i bambini ministranti della chiesa che lui ha raccolto e guidato dandogli il nome di Cavalieri dell’altare. E’ comprensibile quindi come la missione nigeriana abbia perso davvero una colonna, usando una espressione di Padre Josè, superiore della Casa Mariana in Nigeria. Un instancabile frate tutto dedito e pieno di zelo per la causa dell’Immacolata e lo zelo per la missione che ha vissuto in pieno perché si è realmente fatto strumento nelle mani di Lei, secondo gli insegnamenti di S. Massimiliano M. Kolbe. Un frate che, non è esagerato paragonare ad un San Felice da Cantalice, ad un San Corrado da Parzham, ad un San Pasquale Baylon, ad un B. Diego Oddi e ad altri santi fratelli religiosi francescani. Non dimenticheremo mai fra Giovangiuseppe, come dice il canto tipico filippino Hindi Kita Mililimutan, eseguito dalla corale delle suore e della parrocchia durante la messa di funerale; non dimenticheremo la sua risata perché adesso egli ride nuovamente nell’eternità come di chi entra trionfante nella gloria radiosa dell’eterno convito. Amen ! ¦

 

P. Berard M. Moso, FI.

Su